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Bormio: la Coppa del Mondo di sci e una città annoiata

Bormio: la Coppa del Mondo di sci e una città annoiata

La scorsa settimana ho arricchito il già abbastanza lungo elenco di eventi e manifestazioni sportive visti dal vivo con una discesa libera della Coppa del Mondo di sci alpino, quella di Bormio. Seguo gli sport invernali dai tempi di Gustavo Thoeni e  i miei primi ricordi sono legati alle sue medaglie olimpiche conquistate a Sapporo nel 1972. Non ho però mai praticato nessuna disciplina invernale, e le mie esperienze da spettatore, molto vaste davanti al televisore, sul campo si riducono a qualche partita di Hockey su Ghiaccio (Serie A italiana a Varese, Alpenliga a Merano, Olimpiadi e Universiadi a Torino) a un programma libero femminile delle Universiadi torinesi e a una sprint di fondo valida per i campionati lombardi a l’Aprica.

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Questa volta però, visto che ci trovavamo già in zona, mia moglie è valtellinese per metà, abbiamo fatto un salto a Bormio per dare un occhio dal vivo anche alla massima competizione mondiale di sci alpino. Come sempre senza accrediti e in incognito. Nessun biglietto Gold da 80 euro o Silver da 18, ma semplicemente siamo entrati a bordo pista, nella zona aperta a tutti, sulla sinistra della tribuna, la destra per gli atleti che scendevano. Prima c’era stato il tempo per un tè offerto da una celebre marca di pneumatici che è main sponsor della Coppa, le cui addette ci hanno anche fatto dono di un fotomontaggio in posa, mia moglie ed io, da perfetti sciatori, in un villaggio spoglio, tre stand in tutto e un paio di paninari, ben lontano ad esempio da un villaggio di partenza del Giro d’Italia.

Sinceramente mi aspettavo molto più pubblico. Invece si camminava tranquillamente lungo il pendio, quasi del tutto senza neve nella zona  all’altezza del traguardo, e c’erano persino molti cani al passeggio, uno dei quali giocava a frisbee col suo proprietario. Di vedere molto meno che in televisione ovviamente lo sapevo, ma quando si è sulla scena dell’evento bisogna lasciarsi trascinare dalle atmosfere, godersi l’ambiente. Anche se non nego di non aver rinunciato a seguire la gara anche in streaming sul telefono dove lo sciatore che mi passava di fronte sul traguardo stava ancora circa a metà pista per via del ritardo di questo tipo di diffusioni. Mia figlia di 8 anni intanto si divertiva nella poca neve.

I boati della tribuna hanno sottolineato soprattutto le discese di Dominck Paris e Christian Innerhofer, i due italiani capaci di chiudere la gara al primo e secondo posto, ma per tutti gli uomini jet della discesa ci sono stati applausi, e momenti di paura per la caduta dello sloveno Kosi, poi risolta con la frattura del naso e poco altro. Alla fine siamo andati a pranzo in un bel locale poco lontano, e per illustrare questo articolo ho deciso di farmi passare qualche foto da nostro nipote Cristian, che invece, più giovane e atletico dello scrivente, ha assistito alla gara da un punto più strategico e spettacolare della pista.

Sinceramente mi ha deluso l’atmosfera della cittadina. Mi aspettavo immagini degli atleti appese ovunque, locali che offrissero menù speciali, non so “L’aperitivo del discesista”, “A pranzo con la Coppa”, iniziative varie. Invece appena fuori dalla zona dell’arrivo nulla. Nemmeno i locali con terrazze praticamente a bordo pista pubblicizzavano e offrivano alcunché di particolare. Ho avuto la sensazione di un evento che Bormio, per abitudine, per noia o chissà perché si sia lasciato scorrere addosso. Non per niente non si svolgeva da due anni, prestato alla vicina Santa Caterina per polemiche e discussioni varie con la società che gestisce gli impianti. Un gran peccato, perché la manifestazione in se è spettacolare e unica, le discese di Coppa del Mondo sono molte meno dei Gran Premi di Formula Uno ad esempio, e non sono molte le località dedicate agli sport invernali a poter legare il proprio nome alla sfera di cristallo che fa mostra di se nelle bacheche di campioni leggendari.

foto: Cristian Crevola

Francesco Beltrami
A cura di

Francesco Beltrami nasce 55 anni fa a Laveno sulle sponde del Lago Maggiore per trasferirsi nel 2007 a Gozzano su quelle del Cusio. Giornalista, senza tessera perché allergico a ogni schema e inquadramento, festeggerà nel 2020 i trent'anni dal suo primo articolo. Oltre a raccontare lo sport è stato anche atleta, scarsissimo, in diverse discipline e dirigente in molte società. È anche, forse sopratutto, uno storico dello sport, autore di diversi libri che autoproduce completamente. Ha intenzione di fondare un premio giornalistico per autoassegnarselo visto che vuol vincerne uno e nessuno glielo da.

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