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Bob Marley a San Siro: il Re del Reggae nella casa di “Peppìn” Meazza

Bob Marley a San Siro: il Re del Reggae nella casa di “Peppìn” Meazza

Il 27 giugno 1980 Robert “Bob” Nesta Marley suonava allo stadio San Siro di Milano. Quello fu uno dei due soli concerti che il re del reggae tenne nel Belpaese durante la sua vita: il secondo si svolse il giorno dopo, 28 giugno, presso l’impianto calcistico di Torino conosciuto con il nome di “Comunale”.

Queste due date rientravano nell’Uprising Tour, dal nome dell’omonimo disco del cantante giamaicano intitolato “Uprising”: fu l’ultima serie di concerti che Marley riuscì a fare. Il 23 settembre 1980 difatti, dopo essere collassato mentre faceva jogging al Central Park di New York, Bob salì per l’ultima volta su un palco durante la tappa allo Stanley Theatre di Pittsburgh.

Poche settimane dopo gli venne diagnosticato un cancro, in forma avanzata, che si era diffuso in tutto il corpo. Questo male incurabile lo condusse alla morte l’11 maggio 1981, a Miami, a soli 36 anni di età.

Per quel che riguarda il concerto di Milano, esso può essere ricordato per varie ragioni. Oltre al fatto che fu una delle poche volte che il re del reggae venne in Italia, esso, secondo alcuni, fu il live di Marley che vide la partecipazione del maggior numero di persone. In aggiunta per la prima volta nella storia l’impianto meneghino si apriva alla musica.

Secondo i ben informati, difatti, furono circa 100.000 gli spettatori, arrivati da ogni parte del Belpaese, che assistettero a quell’evento che si aprì con “Natural Mystic” e si concluse con “Get Up Stand Up”. L’esibizione del cantante giamaicano , inoltre, fu la prima di una lunga serie di concerti che si tennero nell’impianto milanese.

Purtroppo non vi sono testimonianze su un qualche episodio sportivo che vide protagonista lo stesso Bob durante quelle ore. Nesta però, come da noi descritto in precedenti articoli, era un grande appassionato del gioco del calcio.

Il fatto che abbia tenuto un suo concerto in un luogo definito, per ovvi motivi, “La Scala del Calcio” mi ha spinto a cercare una storia sportiva che potesse, in qualche modo, essere collegata a quel mitico evento.

Ed in effetti qualcosa di importante, in quel medesimo 1980, avvenne in quell’impianto. Pochi mesi prima infatti lo stadio meneghino, a tutti noto con il solo nome di San Siro, era stato intitolato ad un grande personaggio del calcio locale che fu: Giuseppe Meazza.

Meazza, conosciuto dai più con il soprannome in dialetto milanese di “Peppìn”, fu uno dei più grandi giocatori della prima metà del XX secolo. Diventò un simbolo dell’Ambrosiana-Inter, squadra con la quale giocò dal 1927 al 1940 mettendo a segno ben 242 reti in 349 incontri disputati e con cui vinse 3 scudetti ed una Coppa Italia, e della nazionale italiana, con cui si laureò campione del mondo nel 1934 e nel 1938.

Era un giocatore stimato e rispettato da tutti, avversari e compagni di squadra senza alcuna distinzione. Vittorio Pozzo, celebre commissario tecnico della Nazionale di quegli anni, disse di lui: “Averlo in squadra significava partire dall’1-0”.

Una volta appesi gli scarpini al chiodo, però, cominciò la sua parabola discendente che lo accompagnò fino alla morte sopraggiunta il 21 agosto 1979 a quasi 69 anni di età. Fu infatti pianto soltanto da quelli che lo avevano visto giocare e che non potevano averlo dimenticato.

La sua figura, però, tornò a far parlare di sè, per le sue gesta sul campo e ciò indusse il comune del capoluogo lombardo a intitolargli il mitico impianto cittadino. Tale intitolazione avvenne il 2 marzo 1980, appena 6 mesi dopo la scomparsa di Meazza e circa 4 mesi prima del concerto di Marley.

La figura di Giuseppe Meazza, ancora oggi, è rispettata da entrambi le sponde della Milano calcistica: quella nerazzurra e quella rossonera. Tutto questo nonostante tale giocatore abbia indissolubilmente legato il suo nome ed i suoi successi ad una sola delle due squadre del capoluogo lombardo.

Un qualcosa di simile, con le dovute differenze, lo si può dire di Bob Marley. Il cantante giamaicano infatti, pur essendo nato in un paese del terzo mondo quale la Giamaica, fu uno dei primi a farsi rispettare anche dalla maggior delle persone nate e cresciute nei paese occidentali nonostante fosse un mulatto.

Insomma, nel giro di pochissime settimane, lo stadio milanese vide due vere e proprie rivoluzioni che, in qualche modo, avevano a che fare con il mondo calcistico del tempo. Due storie che a parere di chi scrive non avevano nulla in comune se non un unica cosa: la passione smisurata per il calcio che rende questo sport anche nell’epoca attuale, nonostante oramai sia sotto il controllo del solo dio denaro.

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