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A Bilbao danno un calcio alla cultura

A Bilbao danno un calcio alla cultura

Ogni volta che qualche audace prova ad accostare la cultura al calcio, si levano grida di sdegno e labbra leporine di disapprovazione di chi sente di avere in mano il vero sapere. Già perché il calcio viene ancora visto come uno sport cafone che raramente offre spunti di letteratura e quando lo fa è perché uno scrittore attinge alle storie del pallone per decantare attraverso parole forbite.

Sarebbe appena il caso di far notare che i fenomeni culturali stanno cambiando, la vita e il modo di fare letteratura sta assumendo nuove vesti. Le storie sono per strada ma, al contrario del passato, sono raccontate immediatamente. Ognuno di noi partecipa a un grande romanzo collettivo e ne scrive una parte.

In questo nuovo modo di intendere il mondo, chi racconta storie ha capito che il calcio è un grande serbatoio di cultura e narrazione, anzi, che lui stesso è cultura e letteratura. Ogni partita raccoglie in sé come minimo 22 storie che sono degne di un paio di romanzi.

A Bilbao questo lo hanno capito in fretta. Sarà che tra la squadra della città, l’Athletic, e il popolo, c’è un legame viscerale per cui le due storie si intrecciano come fibre muscolari che per vivere hanno bisogno di reciproca energia.

Tutto merito di una dirigenza che ha capito che il sangue che scorreva nelle vene dei tifosi era inchiostro per scrivere una storia. 13 anni fa l’Athletic ha contattato lo scrittore Galder Reguera per iniziare insieme un progetto che sembrava da pazzi. Reguera è uno scrittore e giornalista da sempre tifosissimo della squadra e che sperava di giocarci anche per realizzare i sogni del nonno, invece è stato nominato project manager della fondazione basca di promozione culturale della squadra, creando un connubio fatto di eventi che hanno messo il cuore letterario della squadra e il suo concetto di appartenenza al centro del campo.

Basti citare gli eventi che hanno reso l’Athletic un fenomeno culturale: una mostra dedicata alle foto dell’ex allenatore Valverde che ha rivelato un animo per le immagini che nessuno avrebbe mai ipotizzato.

Un festival del cinema dedicato allo sport, dove sono successe storie da pelle d’oca. La squadra femminile basca ha incontrato l’autore di un documentario sulle donne libiche che vorrebbero giocare a calcio e che si sono commosse a guardarlo e si sono proposte per aiutarle. Il calciatore Xabi Etxeita e lo scrittore Hector Faciolince che durante un incontro in biblioteca per la collettività, hanno parlato della morte dei rispettivi genitori dando vita a un dibattito sul resistere agli urti della vita che ha lasciato a bocca aperta.

Reguera chiama questo spazio culturale “il dipartimento dei sorrisi”, per indicare l’emozione che suscita ogni evento in cui non si parla solo di calcio, perché quando si parla di calcio si parla di vita.

I calciatori dell’Athletic vanno spesso a promuovere eventi culturali nelle scuole e a fare campagne di incentivazione alla lettura e gli stessi calciatori scrivono racconti che vengono pubblicati, per diffondere il valore educativo dello sport, e distribuiti in librerie gratuitamente e fermate della metro. Non è raro trovare anche qualche giocatore intrattenere i passeggeri donando copie di libri. E al momento sono anche in lizza per vincere dei riconoscimenti come club che si è distinto per iniziative sociali.

Nel giro di tre anni i calciatori dell’Athletic hanno organizzato più di quindici club di lettura. I tre portieri della squadra durante una manifestazione estiva di cultura hanno letto tre brani di Galeano dedicati ai portieri. Perfino i calciatori meno propensi alla lettura, come il capitano Gurpegui si sono definitivamente convertiti al progetto e a curare di più la loro coscienza letteraria.

L’Athletic vuole essere una sorta di “parente autorevole e d’esempio” in ogni famiglia di tifosi.

“Siamo lontani dai primi tempi del progetto, quando invitammo un calciatore che leggeva molto a parlare in un evento culturale e non volle venire perché aveva paura di essere preso per intellettuale, ora i calciatori si propongono per parlare di argomenti importanti e socialmente utili”. Il calciatore Inaki Williams ha raccontato la vita dei suoi genitori che sono venuti dal Ghana a Bilbao per cercare un futuro migliore e sono stati felici della sua scelta di fare il calciatore. Ora è recordman della squadra. 203 partite consecutive giocate con i biancorossi. Avete letto bene.

Per Reguera non sorprende che esperienze del genere siano nate in una squadra esistenzialista: “Il tifoso qui è molto filosofico. Ci chiediamo sempre chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Sul valore della nostra identità si gioca solo con calciatori nati, cresciuti o con radici nei Paesi Baschi e in Navarra, in un contesto così globalizzato.”

Il legame con la squadra per i tifosi è qualcosa di sacro. Non a caso lo stadio si chiama Catedral. Oltre a una manifestazione cinematografica con tema sportivo “thinking football”, la squadra si è fatta promotrice col Banco di Santander di un finanziamento per avviare alle attività sportive l’infanzia disagiata. Un progetto che prevede una borsa di studio a copertura totale per sottrarre i bambini più poveri dalla strada e farli giocare a calcio. In più hanno finanziato un programma di assistenza per gli anziani più colpiti da pandemia con un progetto di assistenza dedicata.

In un mondo che prende sempre più a calci cultura e sapere, a Bilbao hanno trovato un modo di farlo che rende l’espressione felicissima e azzeccata. Chissà che non sia un punto di partenza.

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