Era il 3 ottobre 2021, una domenica mattina. La famiglia di Bernard Tapie diramò il comunicato in poche righe: se n’era andato alle 8:40, a 78 anni, dopo una lunga malattia. A Parigi, dove era nato. A Marsiglia, la camera ardente fu allestita allo Stade Vélodrome. Non in un palazzo, non in una chiesa — in uno stadio. Perché Marsiglia non sapeva dove altro metterlo.
C’è qualcosa di perfettamente coerente in questa scena. Bernard Tapie aveva trascorso tutta la vita a scegliere il posto sbagliato per le cose giuste, o il posto giusto per le cose sbagliate. Dipende da come la si guarda.
Il ragazzo di Blanc-Mesnil
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Parigi, 26 gennaio 1943. Suo padre Jean-Baptiste era un operaio metalmeccanico. Suo nonno, ferroviere, si era stabilito vent’anni prima a Blanc-Mesnil, periferia nord della capitale — uno di quei quartieri che non finiscono mai sui depliant turistici. Non c’era niente di romantico in quella partenza. Era semplicemente povero, e la povertà in certe periferie francesi degli anni Quaranta aveva una consistenza fisica, concreta, che non lasciava molto spazio alle illusioni.
Bernard Tapie se ne andò da lì il prima possibile, ma non dimenticò mai da dove veniva — anzi, lo usò. Lo usò in politica, lo usò nelle interviste, lo usò per costruire l’immagine dell’uomo che si è fatto da solo in un paese dove farsi da soli è, almeno teoricamente, qualcosa che la Repubblica ammira.
Iniziò a lavorare giovanissimo. Prima come montatore di stufe, poi come venditore di televisori. Cantò in qualche locale — aveva davvero una voce discreta, e non era privo di carisma sul palco. Ma la musica non era abbastanza. O forse era troppo. Tapie voleva qualcosa di più difficile da misurare del successo in un locale di provincia.
Il metodo: comprare aziende morte e farle camminare
Verso la fine degli anni Sessanta, Bernard Tapie trovò la sua vocazione. Non era un inventore, non era un ingegnere, non era nemmeno un manager nel senso classico del termine. Era un risanatore. Comprava aziende sull’orlo del fallimento — spesso per un franco simbolico — e le rimetteva in piedi. O almeno ci provava.
Terraillon, una fabbrica di bilance. Wonder, pile elettriche. Look, una piccola azienda di attacchi da sci. La formula era sempre la stessa: entrava come un uragano, tagliava, ristrutturava, rivendeva. La stampa francese cominciò a parlare di lui. Non solo nelle pagine economiche — anche in quelle degli spettacoli, perché Tapie aveva capito qualcosa che i suoi colleghi imprenditori non avevano ancora capito: l‘immagine vale quanto il bilancio, a volte di più.
Nel 1974 fondò Cœur Assistance, una specie di servizio di ambulanze private per clienti con problemi cardiaci. L’idea era semplice: paghi un abbonamento, e se ti viene un infarto hai un’ambulanza sotto casa in pochi minuti. Sette anni dopo, un tribunale lo condannò per pubblicità ingannevole. Delle cinque ambulanze promesse ne aveva due. Non era esattamente una truffa in senso stretto, ma era quel tipo di ottimismo aggressivo sui dettagli che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.
Bernard Tapie,la bicicletta come trampolino
Prima del calcio, ci fu il ciclismo. E il ciclismo, per Tapie, fu soprattutto uno strumento di visibilità nazionale.
Nel 1984, con i soldi accumulati dalle sue operazioni industriali, fondò la squadra La Vie Claire — nome preso da una delle sue catene di negozi di prodotti biologici, acquistata come al solito per un franco. Bernard Hinault era appena stato scaricato dalla Renault dopo una lite con il suo direttore sportivo. Stava cercando uno sponsor. Tapie lo chiamò.
Fu l’inizio di qualcosa di inatteso. In due anni, La Vie Claire vinse due Tour de France consecutivi: Hinault nel 1985, Greg LeMond nel 1986. Tapie era in prima fila, ovviamente — non si perdeva una tappa importante, si faceva fotografare, rilasciava dichiarazioni. Lo sport come vetrina personale. Era il copione che avrebbe replicato, con risultati molto più ambizionati, a Marsiglia.
Ma prima che arrivasse il calcio, ci fu Adidas. Nel 1990, Tapie acquistò il colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo grazie a un prestito del Crédit Lyonnais, una banca di proprietà statale. Fu una mossa audace, quasi spericolata. Tre anni dopo, quando divenne Ministro delle Città nel governo Bérégovoy, si trovò in palese conflitto d’interessi e fu costretto a cedere la quota. La banca vendette Adidas per oltre 2 miliardi di franchi. Tapie sostenne che la banca avesse truffato — che il prezzo reale fosse molto più alto, e che qualcuno avesse intascato la differenza. Aprì una causa che sarebbe durata decenni. Ne parleremo dopo.
Marsiglia, 1986: quando un politico salvò una squadra
Alla fine del 1985, l’Olympique Marsiglia era in uno stato pietoso. Erano nove anni che non vinceva il campionato. I conti facevano acqua. Gaston Defferre, sindaco storico della città e figura centrale del Partito Socialista francese, cercava qualcuno disposto a rilevare il club. Qualcuno con soldi, faccia tosta e voglia di rischiare.
Tapie accettò immediatamente.
Non capiva di calcio — lo disse lui stesso, più volte, con quella franchezza che usava come carta strategica. Non capiva di calcio, ma capiva di ambizione, capiva di investire nei nomi giusti, capiva di costruire un’immagine. E Marsiglia, con il suo Vélodrome sempre pieno e la sua passione calcistica viscerale, era uno dei teatri più grandi che potesse immaginare.
Cominciò a spendere. Non con la cautela di un ragioniere, ma con la frenesia di qualcuno che ha fretta di arrivare. Ingaggiò giocatori di primo livello europeo. Assunse allenatori di valore. Costruì in pochi anni una delle squadre più competitive di Francia.
Tra il 1988 e il 1992, il Marsiglia vinse quattro campionati di Ligue 1 consecutivi. Nel 1989 arrivò anche la Coppa di Francia, battendo il Monaco 4-3 in finale. Nel 1991, il club raggiunse la finale della Coppa dei Campioni a Bari, contro la Stella Rossa di Belgrado. La perse ai rigori. Fu una ferita che Tapie non dimenticò.
La squadra più forte che la Francia abbia mai avuto
Per capire cosa costruì Tapie al Marsiglia bisogna fermarsi un momento e guardare la formazione che scese in campo a Monaco di Baviera il 26 maggio 1993, nella finale di Champions League contro il Milan di Capello.
In porta c’era Fabien Barthez, ventuno anni, già un portiere di livello europeo. In difesa, Marcel Desailly — quello stesso Desailly che due anni dopo avrebbe vinto la Champions con il Milan stesso. A centrocampo, Didier Deschamps come regista, affiancato da Jean-Jacques Eydelie. Davanti, Abedi Pelé, il fantasista ghanese tra i più eleganti dell’epoca, Alen Boksić e Rudi Völler. In panchina, Raymond Goethals, il mago belga che aveva già vinto tutto in Europa con l’Anderlecht.
Era una squadra costruita per vincere quella partita. E quella partita la vinse, grazie a un colpo di testa di Basile Boli al 43° minuto. Il Milan — van Basten infortunato, Capello che rimpiange ancora quella sconfitta — non riuscì a reagire. Era la prima volta nella storia che un club francese vinceva la Coppa dei Campioni.
20 Maggio 1993:la partita della vergogna
Sei giorni prima di quella finale, il 20 maggio 1993, il Marsiglia giocò a Valenciennes l’anticipo della 36esima giornata di campionato. Era una partita sulla carta ininfluente per la classifica finale — il Marsiglia aveva già praticamente il titolo in tasca. Ma Tapie voleva arrivare alla finale di Champions League il più riposato possibile. E così, secondo quanto emerso in seguito, il direttore generale del club Jean-Pierre Bernès e il centrocampista Jean-Jacques Eydelie contattarono tre giocatori del Valenciennes — Jacques Glassmann, Christophe Robert e Jorge Burruchaga — con un’offerta: giocare senza impegnarsi troppo in cambio di denaro.
Glassmann rifiutò e denunciò tutto al suo allenatore, poi alla stampa. Il 24 giugno 1993, gli investigatori trovarono 250.000 franchi sepolti nel giardino di Christophe Robert. Era la prova che mancava.
Lo scandalo esplose nell’estate. Il 6 settembre, l’UEFA escluse il Marsiglia dalla Champions League successiva, dalla Supercoppa Europea e dalla Coppa Intercontinentale — al loro posto andò il Milan, che accedette così anche alla finale di Tokyo. Il titolo di Francia fu revocato e assegnato al Paris Saint-Germain. Il club, a stagione in corso, fu retrocesso in seconda divisione.
Tapie fu condannato per corruzione attiva. La sentenza definitiva arrivò nel 1995: due anni di carcere, di cui uno senza condizionale — poi ridotti in appello a otto mesi effettivi. In tutto, trascorse 165 giorni dietro le sbarre.
La cosa curiosa — e forse rivelatrice — è che la Champions League del 1993 non venne toccata. La UEFA scelse di non revocarla. La coppa rimase a Marsiglia. È ancora lì, nella bacheca del club, l’unica che abbiano mai vinto.
La politica, l’aula e il discorso contro Le Pen
Nel mezzo di tutto questo, Tapie fece anche il parlamentare. Deputato del Partito Socialista dal 1989, ministro delle Città nel 1992-1993. Non era un caso insolito nella Francia dell’epoca — il confine tra mondo degli affari, dello sport e della politica era sempre stato poroso. Ma Tapie lo attraversò con una disinvoltura che lasciò tutti un po’ perplessi e un po’ affascinati.
Il momento più memorabile della sua carriera politica non riguarda nessun provvedimento legislativo. Riguarda un dibattito televisivo — uno di quelli che in Francia si guardano ancora, quelli che entrano nella memoria collettiva.
Era il 1989: Tapie e Jean-Marie Le Pen, faccia a faccia. Tapie non era preparatissimo in senso tecnico, ma aveva una cosa che Le Pen non si aspettava: l’energia di chi viene dalla stessa periferia di cui il leader del Front National pretendeva di essere il difensore. Lo attaccò, lo smontò punto per punto, non con gli argomenti di un intellettuale ma con la velocità di un venditore di televisori che sa quando il cliente sta cedendo.
Quella sera, Tapie diventò qualcosa di più di un presidente di calcio.
Il Crédit Lyonnais e i soldi sepolti
La storia di Bernard Tapie non finisce con Marsiglia, né con il carcere. Finisce — se finisce — con la causa contro il Crédit Lyonnais.
La versione di Tapie era questa: quando la banca vendette Adidas nel 1993, lo fece a un prezzo inferiore al reale, intascando la differenza. Lui era stato truffato dallo Stato — o da chi per lo Stato gestiva quella banca. Aprì una causa. La causa durò quindici anni. Nel 2008, un arbitrato privato — voluto dall’allora ministro dell’Economia Christine Lagarde, su pressione politica che ancora oggi non è del tutto chiarita — gli riconobbe un risarcimento di 403 milioni di euro.
Quattrocentotrè milioni. Pagati dai contribuenti francesi, attraverso un arbitrato che successivi procedimenti giudiziari avrebbero definito fraudolento. Nel 2015, la Corte di giustizia della Repubblica condannò Lagarde per negligenza — anche se senza pena effettiva. Tapie fu condannato per frode e dovette restituire i soldi.
Era la sua ultima battaglia legale. Nel frattempo aveva avuto un cancro allo stomaco e all’esofago, diagnosticato nel 2017. Ne aveva parlato in televisione, ovviamente — non avrebbe potuto farne a meno. Disse che non si sarebbe arreso. Non si arrese, almeno non subito. Morì quattro anni dopo la diagnosi.
Il lascito impossibile da sistemare
Bernard Tapie è una di quelle figure che la narrativa sportiva non sa bene dove mettere. Non è un eroe — troppi processi, troppi soldi sporchi, troppa gente danneggiata. Non è nemmeno un villain da manuale — aveva un’energia genuina, una capacità di trascinare le persone che non era solo tecnica. Qualcosa di reale c’era, sotto tutta la messa in scena.
Marsiglia lo pianse davvero. Non per obbligo, non per convenienza. Al Vélodrome, quella Camera ardente era piena di persone che lo ricordavano come l’uomo che aveva portato la Champions in città — la prima e unica volta. Il fatto che ci fosse arrivato in modo non del tutto pulito è una complicazione che Marsiglia preferisce non mettere troppo in primo piano. È umano. È calcio.
La Champions del 1993 rimane. Il titolo di campionato di quella stagione no. Goethals, che sedeva in panchina quella notte a Monaco, disse sempre di non sapere nulla delle manovre di Bernard Tapie — e probabilmente era vero. La squadra era reale. I giocatori erano reali. La partita fu vinta sul campo.
Il problema di Bernard Tapie è sempre stato questo: aveva la capacità di costruire cose vere, e poi non resisteva alla tentazione di assicurarsi che andassero come voleva lui. Come se la realtà da sola non bastasse mai. Come se avesse sempre paura, in fondo, che senza un colpo di mano tutto potesse crollare.
Forse quella paura non era del tutto irrazionale. Veniva da Blanc-Mesnil, dalla periferia nord di Parigi, da una famiglia operaia che non lasciava margine agli errori. Forse aveva imparato troppo presto che il mondo non ti dà niente se non te lo prendi — e non aveva mai capito fino in fondo dove finiva il prenderselo e dove cominciava il rubarlo.
Non lo sapremo mai. E probabilmente nemmeno lui lo sapeva con certezza.
