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Bebe Vio, la Regina della Resilienza

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Bebe Vio, la Regina della Resilienza

Testo: Ettore Zanca

Illustrazione: Enrico Natoli

Si voleva suicidare. Così dissero i genitori. Quando apprese dell’amputazione degli arti non voleva più vivere.

Beatrice Vio. Per gli amici Bebe. Una ragazza solare e splendida. Bebe è molto brava, è campionessa mondiale di fioretto e medaglia d’oro e non si sa quante altre cose ancora. Se la si invita a cena non è raro vederla presentare col tacco 8. Un fenomeno di forza atletica, visto che con le flessioni batte anche i palestrati. Il suo fiore all’occhiello è aver battuto Valentina Vezzali. Proprio lei. Nostra signora della scherma. l’ha sconfitta 10 a 7. Bebe è speciale. Da piccola infatti, ha avuto una meningite fulminante, con una serie di necrosi che le hanno fatto perdere quattro arti. Ci vollero 42 giorni di isolamento in camera iperbarica per capire quanto si era propagata la setticemia, ci vollero dosi di anestetico da cavallo per poter fare trapianti di pelle dalla schiena ai monconi di braccia e gambe.

“Ogni giorno dovevo fare una lista di quello che mangiavo e una lista da uno a dieci del male che provavo. Non dicevo mai dieci perché pensavo che ci sarebbe stato sempre qualcosa di peggio. Sono arrivata a nove e mezzo quando mi hanno tolto la pelle dalla schiena. Ho un flash in cui mi vedo come dall’angolo in alto della camera, il letto appoggiato contro il muro, un letto durissimo, e io che grido: «Nove e mezzo!». Poi mi hanno dato un letto ad aria, cioè un letto che aveva un buco nel centro e una ventola sotto, e ho cominciato a soffrire di meno.”

Bebe è senza braccia e senza gambe, combatte con l’uso di protesi. E vince. Unica a duellare senza il braccio armato nella sua categoria paralimpica, la B, ovvero quella di chi è privo dei quattro arti. Le piacciono le sue cicatrici, quasi quanto le sue medaglie, non riesce a vedersi senza“Come non riuscirei a vedermi con le gambe a tirare di fioretto”, dice.

Quando si allena lo fa con un vigore tale da dire lei stessa col sorriso: “prima o poi le spacco queste protesi”. Ha sempre saputo che sarebbe tornata a tirare di scherma anche senza braccia e senza gambe, pure quando i dottori, come dice “mi hanno quasi sputato in faccia quando ho detto che volevo tornare a gareggiare”. Bebe è uno degli esempi portati dagli psicologi che parlano di resilienza. La capacità di alcuni esseri umani di adattarsi alle circostanze che la vita impone tirando fuori risorse inaspettate.

E non è speciale per quello che la vita le ha tolto, ma per quello che le ha dato, molto prima di essere crudele con lei. Qualcosa di molto più radicato degli arti. Voleva suicidarsi, arrivava a nove e mezzo nella soglia del dolore per non dire mai dieci, sapendo che sarebbe stato peggio. Ora lamentiamoci del lunedì mattina, se ne abbiamo ancora il coraggio.

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Ettore Zanca
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