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Di Banks, di Pelé e di un pallone incredulo

Di Banks, di Pelé e di un pallone incredulo

Eppure, volano. In natura non potrebbero, per le leggi della fisica, o della balistica. Quegli insetti come il calabrone, che a vederli sembrano troppo pesanti e troppo poco aerodinamici, in proporzione alle ali esigue che hanno appiccicate sul dorso.

Anche lui, allo stesso modo, volava. Anche di lui dicevano i mezzi fisici che aveva non facevano pensare, nemmeno all’epoca, a uno che sarebbe stato in grado di volare da un palo all’altro: non per la statura, non per la lunghezza delle membra, non per come il peso era distribuito lungo il corpo.

E nemmeno Pelé, se è per questo, fu in grado di credere ai suoi occhi, quel giorno. Non gli riesce nemmeno oggi, in realtà, ogni volta che rivede l’episodio, fino alla fine, sempre con l’istinto che suggerisce un epilogo e lo schiaffo di un guanto che dissolve il finale.

È il settimo giorno di giugno del 1970 e il sole quasi a picco sembra voler bruciare l’erba, sul terreno di gioco di Guadalajara. A raddoppiare la fatica ci si mette anche l’equilibrio, dopo la calura: il Brasile più forte di sempre e l’Inghilterra Campione del mondo in carica danno vita a una contesa spigolosa, all’interno della quale due anime calcistiche e due modi diametralmente opposti di vedere il gioco continuano a impattare gli uni contro gli altri. Fino a quando Carlos Alberto individua sulla destra un corridoio in cui spedisce la palla, suggerendole il numero esatto dei giri per arrivare da Jairzinho: quest’ultimo la rapisce piazzando uno scatto prodigioso, tanto che quando raggiunge il fondo il suo controllore inglese sta ancora torcendo il busto, quasi in preda a un capogiro.

Tra i pali, Gordon Banks non ha tempo di riflettere; può solo lasciarsi guidare dall’istinto: si lancia a coprire il primo palo, dalle cui parti staziona Tostao. Chiunque, quindi anche lui, in quel momento pensa che Jairzinho abbia già compiuto un miracolo, tecnico e atletico, nel guadagnare il fondo con la palla al piede; quindi non potrà che toccarla sotto misura a beneficio del futuro dottore.

Chiunque, quindi anche Gordon Banks, capisce un istante dopo di essersi sbagliato: Jairzinho perfeziona il controllo quando il gesso non sporca ancora la palla, alza la testa, quindi fa partire un arcobaleno di cross a rientrare, verso il cuore dell’area, dove Banks può inizialmente proiettare soltanto lo sguardo, arcuato al pari delle sopracciglia scure.

Spera, perché lo spera ogni inglese, che da quelle parti nessun giocatore del Brasile abbia pensato di piazzarsi. Invece uno ce n’è e anche se non fosse uno degli uomini più celebri del mondo, se non avesse sulle spalle il numero dieci della Seleção, lo si riconoscerebbe comunque dal modo in cui decolla, staccando sulla spinta dei quadricipiti a reazione.

Pelé impatta la sfera schiacciandola, col centro della fronte, verso il palo alla destra di Banks, vale a dire quello verso il quale né il portiere dell’Inghilterra, né i suoi connazionali ritenevano di dover orientare le proprie preoccupazioni. Nessuno potrebbe mai arrivarci: lo penserebbe anche Banks stesso, se avesse un istante in più per riflettere. Invece non può concedersi quel lusso, perché è già impegnato a volare alla sua destra, ma verso il basso; non per atterrare ma per allungare uno schiaffo disperato; la mano protesa di un condannato che non crede di trovare l’appiglio che le sue dita agognano, anche se fossero lunghe il doppio.

Il fremito della rete è il grande assente dello scatto successivo: ugualmente bianchi il guanto e la palla, incredibilmente puntuali all’appuntamento che lascia vergine la linea bianca.

 

Pelé non trova la sua rete, nel punto esatto dove sarebbe culminata l’azione perfetta; nell’istante medesimo, il secolo trova la sua parata, eseguita senza che ci fosse il tempo di supporla, venuta al mondo come una figlia femmina al posto del vagito maschio di un gol.

Un metro e ottantatré per ottantaquattro chilogrammi, più o meno; una carriera trascorsa perlopiù con la maglia del Leicester, un viale del tramonto assecondato con quella dello Stoke City. Lontano dai fasti di Londra e di Manchester, dai clamori beat di Liverpool. Come a dire che, se ancora oggi è ritenuto il più grande portiere inglese, dovette esserlo in modo tale da andare oltre tutto ciò che dettava il senso comune.

Proprio come quegli insetti che non sembrano in grado di volare. Eppure, volano.

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