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“Bambini e social: intervista a Simone Cosimi”

 

E’ un argomento che ci sta profondamente a cuore. Perché si tratta di “giocare pulito” in ambito social network. Soprattutto nel mondo dei più giovani.

Come recita infatti il sottotitolo: “i social sono pieni di bambini, chi li protegge?”

Facciamo quattro chiacchiere con il coautore di ‘Nasci, Cresci e Posta’Simone Cosimi che insieme ad Alberto Rossetti ha lavorato a questo testo davvero prezioso ed attuale.

Ciao Simone, cominciamo dall’inizio, come è nata l’idea del libro?

L’idea del libro è nata come sai perché non ci soddisfaceva minimamente l’approccio che veniva dato al fenomeno, ed in effetti siamo stati abbastanza profetici perché abbiamo anticipato quello che sta esplodendo in questo periodo.

Mi riferisco all’entrata in vigore Regolamento Europeo per la Privacy e alla necessità di ripensare più in generale la presenza dei bambini e dei ragazzi sulle piattaforme social. Di ideare nuovi meccanismi per impedire il loro ingresso o quantomeno che non incappino non contenuti del tutto sballati per loro.

Non ci piaceva l’allarmismo, tanto meno le soluzioni semplici che individuano nel dispositivo il problema e non invece negli ambienti a cui tale dispositivo consente l’accesso.

Quanto ci avete lavorato?

Ci abbiamo lavorato un bel po’ di mesi, ovviamente la parte sostanziale è stata fatta con grande motivazione quindi con uno svolgimento più rapido, ma nel totale intorno ai sette mesi.

Dove si può comprare?

Si può comprare ovunque in tutte le librerie. Laddove non si trovasse va ordinato perché è distribuito da Messaggerie, mentre online c’è Amazon (in entrambe le versioni, cartacea ed ebook) o Libreria Universitaria.

 Quali sono state e quali sono le rivelazioni e i dati più difficile da analizzare?

I dati più difficili da analizzare sono anche quelli difficili da raccogliere perché, banalmente, la presenza stessa dei ragazzi sui social è estremamente complessa da comprendere. Mancano molti numeri. Le piattaforme non hanno infatti grande voglia di inviare e diffondere certe informazioni. Così bisogna affidarsi a tutta una serie di indagini realizzate da enti e associazioni che con i loro mezzi sicuramente non paragonabili a quelle dei colossi, cercano di dare delle fotografie aggiornate sul fenomeno ed anche le fotografie meno aggiornate parlano comunque di milioni di ragazzini.

Proprio perché è sostanzialmente impossibile tenerli fuori, ma soprattutto chiudere o rimuovere un account risulta complicatissimo, come solamente cercare di capire chi vi sia dietro ad un account per esempio di WhatsApp collegato ad un numero di telefono.

Le piattaforme si affidano alla foglia di fico che non è il neo Presidente della Camera, ma la politica delle loro condizioni, dei propri regolamenti e persino quando li rivedono in maniera piuttosto stringente come capitato recentemente con Facebook, precipitano nel grottesco.

In che senso?

Nel senso che secondo i nuovi strumenti di FB, i ragazzini  tra i 13 e i 16 anni (un regolamento pensato per adeguarsi al GDPR europeo) potranno “autorizzarsi da soli” in buona sostanza.

Come detto, avete avuto una puntualità storica impressionante. Cosa sta succedendo in questo momento nel mondo social?

Sì, ci abbiamo visto lungo perché, frequentando certi ambienti, io dal punto di vista giornalistico, Alberto da quello terapeutico, ci siamo siamo resi conto come fosse un far west.

Collegando poi il filo rosso al GDPR, abbiamo rapidamente capito che nell’arco dei 12 mesi successivi molto sarebbe avvenuto di ciò che in effetti sta succedendo. Se dovessi dirti ora, credo si stia verificando una sorta d’ibridazione.

Spiegaci meglio.

Le piattaforme e le app, sia quelle nuove ma anche quelle già esistenti, vanno sempre più integrando numerosissime funzioni che ne fanno perdere il core business principale, o meglio, quello rimane sempre raccogliere dati e informazioni, ma, come dire, si diversificano si ibridano, si mescolano.

Per citarne una che ora va per la maggiore, negli Stati Uniti, è in gran voga Tribe. Mette insieme dei videogame Arcade di vecchio tipo Space Invaders, da giocare sullo smartphone in videochat con 7 amici pescati fra i contatti, o 7 sconosciuti in stile chat-rulette.  Come definiresti una cosa del genere?

Ah ah ah… Mi viene in mente Real Player One. Pensi che ci saranno delle conseguenze? Ci sarà una sorta di caduta a domino di ogni social? Facebook già punta il dito contro Google (Youtube, che già è invischiato proprio per i bambini) e Twitter. Ho letto anche di una possibile restrizione di Whatsapp sotto i 16 anni.

È quello che dicevo. Non è una possibile restrizione. Il Regolamento Generale Europeo per la Protezione dei dati personali prevede che le società che offrono questi servizi ai minori di fatto debbano mettere in atto dei meccanismi di controllo parentale.

Facebook è stata la prima a muoversi riportando anche qualche modo Instagram sotto il suo cappello, WhatsApp è un filo diverso perché è più strettamente una chat che una piattaforma social, ma questa è la direzione.

C’è da aspettarsi qualche sviluppo nelle prossime settimane e soprattutto dopo il 25 maggio (data in cui ci GDPR terminerà la sua fase di rodaggio ed entrerà effettivamente in vigore) ma, secondo me, la Commissione Europea dovrà entrare duramente a gamba tesa nei prossimi tempi per far rispettare tali norme, perché per il momento le piattaforme si puliranno l’anima esattamente come hanno fatto negli ultimi anni, applicando cioè il Children’s Online Privacy Protection Act, la legge americana che da un ventennio sovraintende questo genere di raccolta dati dei minori mentre in Europa sarà richiesta un’azione più stringente, quindi ne vedremo delle belle.

Nel libro ci sono un sacco di parole (ben raccolte da un utilissimo glossario finale) e contenuti quasi sconosciuti per la grande massa social di genitori, dallo Sharenting a Kiddle, da Scrapook al Children’s Online Privacy Protection Act, dove ti sembra che ci sia più vuoto da colmare in Italia?

In effetti sì, è vero. Il vuoto che c’è da colmare in Italia è duplice. Prima di tutto legato alla consapevolezza che molti adulti confondono con la competenza. Cioé l’idea di vedere i bambini fare delle cose, li illude che i bambini sappiano anche dell’altro. Di cosa ci sia dietro.

Non solo, gli stessi genitori, educatori fanno tale confusione, per esempio sulle questioni della privacy. Il caso Cambridge Analytica che nulla ha a che fare con i bambini mostra come caschiamo dal pero ogni volta che scopriamo che anche l’ultimo giochino stupido ci ha ripulito l’account e si è pescato tutte le notizie che gli interessavano.

Poi c’è un vizio. E cioè quello di credere di potersi occupare di ciò di cui stiamo parlando semplicemente utilizzando quotidianamente messenger o whatsapp. La competenza spuria di tutti i giorni con le app purtroppo non è consapevolezza.

Bisogna sporcarsi le mani, studiare, essere padroni autentici del mezzo. Non solo utilizzare quelle app ma anche entrare nel loro meccanismo per capire come funzionano, nelle impostazioni, conoscere quali siano le garanzie più o meno fornite, capire quali potrebbero essere i potenziali rischi.

In parole povere: non si può guidare una macchina di cui non si conosce pressoché nulla del funzionamento del motore o dei sistemi di sicurezza.

Quali i rischi principali?

I rischi sono di vario genere, ci sono quelli legati alla cronaca strettamente intesa quindi pedopornografia, furto d’identità digitale, stalking e molestie di vario genere, ma anche quelli più specificamente giuridici. Perché stando su queste piattaforme, noi concediamo delle licenze di secondo livello a terzi, che possono con i nostri dati fare un po’ quello che vogliono, finché noi siamo iscritti in tali casi anche dopo.

​Esiste scientificamente una relazione tra​ social network e i problemi di comunicazione, verbali, relazionali, fino al bullismo di cui si straparla tanto?

 Direi di no. Tale prova non esiste. Gli studi sono molti, ma piuttosto privi di nesso causale. Certo, diversi psicologi più allarmisti raccontano di peggioramenti nelle capacità di acquisizione o di lettura, in realtà per quello che ho visto e studiato per il libro e per ciò che continuo a seguire giorno dopo giorno, ci sono molte indagini ma in ogni direzione, che dimostrano poco.

Faccio un esempio attuale. C’è una teoria che spiega come stando una settimana senza social network, senza Facebook in particolare, riceviamo un’immediata sensazione di sollievo che poi precipita rapidamente in una specie di ansia.

Sono invece fondate le tesi su quei fenomeni come la nomofobia, o la FOMO (Fear of Missing Out) cioè tutte quelle paure di rimanere tagliati fuori dalle notizie che riguardano la nostra sfera esistenziale. Ma questa, più che una sindrome, in effetti è una conseguenza. Cioè se noi stessi, in particolare i più piccoli, viviamo delle realtà che non sono più giustapposte ma sovrapposte evidente che ciò che cade sul livello interferisce sull’altro e viceversa. E che quindi così come non è corretta l’idea di passarci intera giornata appiccicati, a questi dispositivi, ormai paradossalmente non è neanche più possibile staccarsene del tutto e forse non è neanche così salutare per certi versi.

Traduco: se io mi perdo nel buio in mezzo al bosco, ho un GPS e non lo uso, non sono uno che si sta disintossicando, sono solo un’idiota.

Ok, ma in ogni caso, sono più in pericolo gli adolescenti o i bambini?​

Probabilmente proprio i bambini, ma quelli più grandicelli, a cavallo fra i 12 e i 13 anni. Non è un caso che gli atti di bullismo secondo l’ultima indagine EuKids Online di Giovanna Mascheroni siano proprio in quella fascia, perché in quel caso si verifica il picco massimo di ciò che ti dicevo prima, cioè competenza che inizia a svilupparsi, o anzi già piuttosto sviluppata, però consapevolezza base. Bene o male crescendo qualche nozione in più sui rischi si acquisisce, pur volendo essere molto pessimisti ed io non lo sono come sai.

Quale futuro prossimo prevedi in questo momento?

Il futuro che prevedo è quello di piattaforme sempre più confuse fra loro, che probabilmente delocalizeranno fuori dagli Stati Uniti ancora più di ciò che è successo con Music.aly, ma di una presenza sociale che fondamentalmente non cambierà, con una dinamica che continua ad essere sempre la stessa: bambini e ragazzi che staranno sempre meno sui social istituzionali, quelli su cui ormai neanche il calzaturificio sotto casa può permettersi di non stare.

Ragazzi che s’impossesserano delle app e delle piattaforme che più gli interessano, spesso usandole e risputandole nel giro di pochi mesi. Ciò renderà sempre più complicato l’approccio dei genitori che si accorgono ad un tratto di un figlio che ha preso a frequentare una certa piattaforma, mentre probabilmente lui sta già maturando l’idea di lasciarla o di usarla meno.

E quello che speri?

Quello che spero è che questi colossi digitali, verso i quali non nutro alcun genere di timore apocalittico in stile Evgenij Morozov, siano davvero in grado di assumersi le proprie responsabilità come se fossero società praticamente pubbliche, sebbene restino private e quotate. Perché hanno di fatto delle ricadute pubbliche spaventose.

Se decidessero di non prendersi tali responsabilità, occorreranno dispositivi legislativi, soprattutto in Europa dove il quadro della privacy è molto forte, in cui vengano spinti ad occuparsi davvero dei minori, lasciandoli perdere come target e proponendo invece per loro, ambienti protetti dove si possano recuperare account, profili e presenze senza problemi, impedendo l’accesso laddove non fosse più sicura tale presenza.

Grazie mille Simone. E complimenti.

 

 

 

 

Marco Fiocchi
A cura di

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