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Arrivederci Roma: la deludente parentesi di Carlos Bianchi nella capitale

Arrivederci Roma: la deludente parentesi di Carlos Bianchi nella capitale

Bianchi capitale. Triste cronaca della fugace pagina del trainer argentino nel mondo Roma. La gestione societaria targata Franco Sensi esterna ancora i primi vagiti quando, nella torrida estate 1996, la scelta per la panchina giallorossa è alternativa e dagli intenti rivoluzionari.

I legionari capitolini doc Mazzone e Giannini salutano la compagnia al termine della stagione precedente lasciando in eredità un quinto posto più che dignitoso. La neonata dirigenza però immagina ambizioni subito più temerarie. La convinzione generale si basa sulla presunta necessità di optare per un profilo esotico e fuori dagli schemi.

Spunta allora dal cilindro il nome di Carlos Bianchi. Per carità, in patria il mister giunge da successi pesanti. Un vero ciclo vincente alla guida del Velez Sarsfield con i trionfi in Copa Libertadores, Coppa Intercontinentale e Coppa Interamericana. Ciò che preoccupa è la reale capacità del tecnico argentino di adattarsi in modo adeguato al tatticismo esasperato del campionato italiano e, soprattutto, al magico ma al tempo stesso pressante ambiente romanista. A Trigoria lo sanno anche i muri ma, ormai, il dado è tratto. Il popolo accetta entusiastico la sfida che, nella primavera del 1997, terminerà con la quota rimpianti fuori giri.

Nel calciomercato la rosa viene confermata quasi in blocco con pochi rinforzi mirati, almeno nelle intenzioni. Decisamente indovinato, con il senno del poi, sarà l’ingaggio del metodista Damiano Tommasi reduce dal Verona. Oscure invece le apparizioni del difensore albiceleste Roberto Trotta, richiesto espressamente dall’allenatore, e della punta svedese scovato dalla Bundesliga Martin Dahlin. A gennaio atterrano in riva al Tevere i laterali Tetradze e Vincent Candela, che sarà poi decisivo nella conquista dello scudetto 2000-2001.

Sulla lavagna tattica Bianchi disegna di base un 4-4-2. L’emergente Sterchele si lascia apprezzare in porta. Aldair e Petruzzi centrali di difesa. Annoni e Lanna (da gennaio alternato con Candela) stazionano sulle corsie. Il tandem Di Biagio-Tommasi manovra in mediana con Statuto e capitan Carboni esterni. In attacco la coppia prescelta prevede Balbo con Fonseca (o Delvecchio). Il rampante Francesco Totti non entrerà mai nelle grazie del mister e, secondo fondate voci di corridoio, a novembre sarebbe già pronto il suo trasferimento.

La prima in Coppa Italia è un nefasto presagio. Il Cesena di Tardelli zittisce la lupa con le bocche di fuoco Hubner e Agostini. Effimero il penalty trasformato da Fonseca. Il campionato prende il via e fino a Natale si sta sull’altalena. Un’altalena impazzita frutto di una squadra scollegata senza un’identità riconoscibile. Il 21 settembre si materializza una vera Caporetto’ all’Olimpico. La Sampdoria di Mancini e Montella passeggia 1-4. Carboni e soci capitolano anche a Verona contro l’Hellas (per mano di Giunta e Orlandini), Bologna (3-2 al Dall’Ara con firme rossoblu di Kolyvanov, Marocchi e Bresciani) e Atalanta (sfortunato autogol di Lanna e raddoppio di Inzaghi). Ferite solo parzialmente curate dal 3-0 al Milan, con un Totti precoce fenomeno, dal coriaceo 1-1 imposto alla mattatrice Juventus (Delvecchio risponde a tempo scaduto al vantaggio ospite di Padovano) e dal folle 3-3 al cospetto della Fiorentina. Nel derby vanno in scena due pareggi senza troppe pretese.

Copia carbone all’alba del 1997. L’ambiente Roma abbandona i sogni di gloria quando, il 5 gennaio, Ganz, l’acrobazia di Djorkaeff e Fresi tagliano a fette gli ultimi panettoni rimasti nella retroguardia capitolina. Il 23 febbraio la Roma impatta 2-2 contro la non certo irresistibile Reggiana (del neo tecnico Oddo subentrato a Lucescu). Partono in quarta i giallorossi con Moriero e Totti ma, nella ripresa, riecco i soliti capricci con il guizzo di Simutenkov e l’autorete di Tetradze. Ormai non ci crede più nessuno. A metà marzo la Juventus è un carro armato al Delle Alpi (3-0 con doppietta di Vieri e tris di Amoruso).

Arriva inesorabile la data della discordia. Il 6 aprile 1997 Carlos Bianchi appare per l’ultima volta seduto in panchina. Gli ex Mazzone e Tovalieri servono la loro amichevole vendetta. Il Cagliari vince 2-1. Per Cervone e Moriero, rientrati nel progetto a stagione inoltrata, non c’è nulla da fare. Nulla da fare neppure per il coach argentino che in settimana viene spronato dal Presidente Sensi a fare le valigie.

Per salvare almeno la faccia di questa annata si materializza il ritorno del totem Nils Liedholm. Il traghettatore della nave tricolore del 1983, però, non è più un giovincello. Viene allora coinvolto anche il tecnico della Primavera Sella. Nelle ultime otto giornate del torneo la Roma cade a picco ma, grazie al poker rifilato in trasferta sull’Atalanta, prenota una dodicesima posizione anonima.

Titola di coda. Cordiali saluti ad una stagione scura e mai decollata. Arrivederci Roma. Il futuro sarà di Zeman e poi di Fabio Capello. Carlos Bianchi, invece, non è mai riuscito a sintonizzarsi sulle frequenze del Colosseo.

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