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Armin Zöggler: a tu per tu con il Cannibale del ghiaccio

Armin Zöggler: a tu per tu con il Cannibale del ghiaccio

In questa anno balordo il momento  delicato dovuto alla seconda ondata Covid  ha fatto ripiombare nell’incertezza più assoluta il mondo dello sport con molte discipline che arrancano in una  ripartenza scandita da protocolli rigidi e le inevitabili porte chiuse. Se nella prima fase gli sport invernali avevano subito solo di striscio il devastante impatto pandemico, in questa seconda la stagione che sta per iniziare è alle prese con le ineludibili difficoltà che ne hanno già modificato il calendario cancellando in toto le kermesse nord’americane. Problematiche che riguardano anche la coppa del mondo di slittino che vedono saldamente al timone del settore tecnico il pluri-campione Armin Zöggler, che da leggenda vivente ha preso in carico in qualità di direttore il movimento nazionale dopo una carriera strepitosa e oggettivamente irripetibile.

In oltre vent’anni di carriera il quarantaseienne carabiniere di Merano ha semplicemente riscritto la storia di questo sport raggiungendo l’incredibile ed ineguagliato record di sei medaglie al collo conseguite in sei Olimpiadi diverse, dai bronzi di Lillehammer 1994, Vancouver 2010 e Sochi 2014, passando per gli ori di Salt Lake City 2002 e Torino 2006, momento topico e culminante della carriera dello slittinista azzurro. L’argento di Nagano  1998 completa il sestetto olimpico, ma a questo vanno aggiunte le sedici medaglie iridate, condite da sei ori, le diciotto medaglie europee e le dieci coppe del mondo di singolo, specialità nella quale non ha avuto eguali per più di due lustri. Cresciuto tra le piste naturali Altoatesine si è dovuto rapidamente convertire ai tracciati artificiali perché riconosciuti dal C.I.O. come unica disciplina meritevole dei cinque cerchi, Armin è riuscito perfettamente a coniugare la passione e l’amore per questo sport nella sua ragione di vita agonistica, gareggiando divertendosi ma riuscendo costantemente a rendere al massimo quando il gioco si faceva duro. Qualità rara per la quale è stato paragonato al Cannibale Merckx e al vorace Schumi, atleti in grado di vincere a ripetizione senza dimostrare il benché minimo appagamento, e sempre pronti ad alzare l’asticella in vista del prossimo record da infrangere. Medaglie e riconoscimenti di ogni tipo gli sono piovuti addosso a partire dal 10 ottobre 2014, data in cui il nostro ha annunciato il ritiro dalle piste, pronto a rimettersi in gioco nel ruolo naturale di allenatore e traghettatore dello slittino azzurro post-Zoggler.

Abbiamo avuto il piacere e l’onore di raggiungerlo, tra una riunione internazionale ed una tecnica, per condividere sia le tappe salienti della sua carriera che i futuri impegni dello slittino azzurro alle prese con un’anomala e, speriamo, irripetibile stagione.

Buongiorno Armin. Pronti a cominciare la stagione?  Sarà sensibilmente diversa dalle altre?

Sicuramente sarà una stagione particolare e diversa dalle altre. Abbiamo iniziato in ritardo la preparazione, ma gli atleti sono pronti e non vedono l’ora di partire dopo mesi di forzata inazione. Sarà ovviamente anche per noi una stagione a porte chiuse, da un lato mancherà sicuramente il pubblico, ma dall’altro si potrà comodamente vivere sugli schermi in tv. Consideriamo la gran voglia che hanno gli atleti di esprimersi e il privilegio che hanno nel poter svolgere in pieno il loro lavoro. Noi siamo pronti e stiamo rifinendo le ultime sedute di allenamento per poter essere competitivi e lottare per gli obiettivi che ci siamo prefissati.

Qual è la situazione attuale del nostro slittino? Per cosa possiamo lottare e competere?

E’ sempre complesso e difficile combattere contro nazioni come la Russia e la Germania che sono attualmente fortissime e in questi ultimi anni anche l’Austria ha fatto un enorme salto di qualità. Noi ci difendiamo e credo che un atleta come Dominik Fischnaller abbia tutte le carte in regola per giocarsela ampiamente con i big della specialità. Anche in campo femminile Andrea Voetter può dire la sua mentre ci dispiace per Sandra Robatscher che sarà costretta a saltare tutta la stagione a causa di un nuovo grave infortunio  alla spalla. Il livello medio di molte nazioni è cresciuto tanto, noi dobbiamo stare sempre sul pezzo e cogliere le opportunità che sapremo crearci durante la stagione.

Parliamo di te e della tua passione per questa disciplina. Hai iniziato da piccolo, quasi costretto ad usare lo slittino per andare a scuola. Un idillio immediato? Eri un predestinato?

Sì, ho iniziato andando a scuola con lo slittino per necessità, poi sono entrato in un club e il mio talento è stato notato, all’epoca scendevo su piste naturali e ho iniziato la trafila giovanile, traghettando rapidamente le mie doti su quelle artificiali. Sono arrivati i primi risultati e da li è cominciato tutto, non ho mai avvertito la fatica lavorando divertendomi perché facevo quello che mi piaceva e ad un certo punto ho capito che il mio hobby poteva diventare la mia vita. Da li intorno ai diciassette anni ho fatto domanda per entrare nell’Arma dei carabinieri, una volta arruolato ho pensato seriamente ad allenarmi per migliorarmi e poi ho iniziato a gareggiare. Mi sono trovato a vent’anni sul podio olimpico di Lillehammer e da li in poi è aumentata la fiducia e l’autostima e ho capito che potevo arrivare lontano.

Sei Olimpiadi consecutive e altrettanti podi. Un caso unico negli sport invernali, qual è stata la tua ricetta?

La voglia di andare avanti e di andare oltre anche dopo una vittoria importante. Festeggiavo e mi godevo il momento, ma subito dopo ero già proiettato al traguardo successivo con l’intento di migliorarmi sia sui materiali che fisicamente. Questo era quello che c’era nella mia testa durante gli anni in cui gareggiavo, ero convinto che se mi fossi seduto sugli allori gli altri avrebbero potuto battermi e questo mi ha dato perennemente stimoli per andare avanti. Credo sia soprattutto un fatto caratteriale unito ad una gestione maniacale del mio fisico, ricordo quando nel 2012 ho saltato per un forte mal di schiena i mondiali di Whistler in Canada ho ascoltato il mio corpo che mandava segnali molto chiari. Mi son fermato, ho recuperato e sono ripartito quindici giorni dopo vincendo una gara in Coppa del Mondo, e a Sochi due anni dopo sono riuscito ancora ad andare a prendermi un’ultima straordinaria medaglia.

L’evoluzione dei materiali e degli allenamenti, come si è evoluto lo slittino nel ventennio in cui hai gareggiato?

E’ ovvio che lo slittino in questo arco di tempo si sia evoluto tecnologicamente sia per la consistenza dei materiali che per l’aerodinamicità degli assetti, si son fatti passi da gigante per rendere il mezzo più performante possibile. Ho sempre seguito questo aspetto con i miei tecnici cercando sempre di avere più slitte possibili per poter testare diverse soluzioni, e poi si impara anche guardando gli altri atleti studiando l’inclinazioni e la struttura dei loro attrezzi cercando di carpire più segreti possibili. Se vuoi arrivare ad un livello altissimo questo connubio tra atleti e ingegneri è fondamentale perché altrimenti si rischia di rimanere indietro.

Sei carabiniere e lo è diventato da poco anche tua figlia, quest’Arma vi ha dato la grande possibilità di potervi esprimere e di sviluppare la vostra carriera?

Assolutamente sì, senza il sostegno dell’Arma dei Carabinieri non avrei mai potuto concentrarmi sul mio lavoro di atleta. Quando mi sono arruolato loro mi hanno dato questa grande possibilità, poi sta a te dimostrare con i risultati di essere meritevoli di questa fiducia, se non sei all’altezza lasci il posto ad un altro atleta più competitivo. In sport minori come il nostro il sostegno dei gruppi sportivi è fondamentale per poter lavorare con serenità avendo le spalle coperte senza le quali fai più fatica ad emergere. Anche mia figlia sta avendo le stesse chances che ho avuto io consapevole degli oneri ed onori che questo privilegio comporta.

Ricordi, gioie e anche delusioni. Quali sono gli attimi indelebili della tua lunghissima attività?

Ce ne sono tanti, ogni tanto provo a riviverli e a metterli a fuoco. Di sicuro l’oro di Torino 2006 è una di quelle gioie che ti restano dentro per tutta la vita, avere avuto la fortuna di gareggiare a casa davanti a migliaia di spettatori italiani e vincere e un traguardo rarissimo per tanti atleti che ripaga ampiamente i tanti sacrifici fatti. Tra i momenti che vorrei cancellare oltre ad alcune problematiche legate alle mie condizioni fisiche che non mi hanno permesso in alcuni momenti di essere al top c’è di sicuro la tragedia di Vancouver 2010 in cui il giovane georgiano Nodar Kumaritashvili è volato fuori pista perdendo la vita. E’ stato uno shock per tutti noi perché è inaccettabile morire in questo modo facendo il tuo lavoro e lo sport che ami.

La differenza tra un buon atleta e un atleta vincente? Quali sono i dettagli che fanno la differenza?

Bella domanda, me la sono posta anche io tante volte.  Ci sono tantissimi buoni atleti in circolazione, ma durante le gare emergono sempre i big in testa alle classifiche perché molti non riescono a tradurre il lavoro fatto in allenamento in una performance di pari livello. E’ probabilmente un problema mentale perché la vera difficoltà sta proprio nell’approccio alla gara, molti atleti non riescono a tradurre il lavoro preparatorio quando la tensione della gara comincia a farsi sentire. Per quanto riguarda le mie sensazioni posso dire che tendenzialmente riuscivo a non avvertire il nervosismo e lo stress negativamente, ho lavorato molto su questo aspetto da un lato e dall’altro credo che alla fine siano doti innate a livello caratteriale. Ho sempre cercato di arrivare serenamente alle gare senza stravolgere più di tanto la mia abituale routine, mentre vedevo molti colleghi o eccedere in un warm-up esasperato o modificare drasticamente le loro abitudini perché sopraffatti da un’inevitabile ansia da prestazione.

Ti hanno paragonato al cannibale  Merckx o al vorace Schumi per la tua innata dote predatoria in pista. Come ti definiresti e come vorresti essere ricordato?

Io sono semplicemente Armin, una persona semplice nato in un piccolo paese che ha avuto la fortuna di fare sport e di inseguire un sogno. Ho avuto la fortuna di vivere nella grande famiglia del Circo Bianco dello slittino, crescendo giorno dopo giorno, affermandomi come uomo e come atleta e dando sempre il massimo. Forse in pista sono stato un po’ cannibale perché era insito nella mia natura. La passione e l’amore per questo sport mi hanno portato giorno dopo giorno a superare i miei limiti e ad andare sempre oltre e guardando il mio palmarès tutto questo si è tradotto nei risultati che ho avuto, ma continuo ad essere lo stesso ragazzino entusiasta di trent’anni fa e sarebbe bello essere ricordato per questo.

La vita da atleta e quella da allenatore. Due ruoli completamente diversi?

Completamente diversi, oggi da allenatore sono molto più agitato perché sono incollato davanti allo schermo senza poter scaricare le mie tensioni sull’attrezzo. Sono stimoli diversi, ma entrambi a loro modo appaganti, c’è la voglia di trasmettere il mio bagaglio di esperienza ai giovani e questa sfida di sicuro è diversa da quella fatta con me stesso quando gareggiavo. Sono molto soddisfatto del cammino fatto fin qui e credo ci sia ancora tanto da fare, il mio entusiasmo è sempre lo stesso solo che va gestito diversamente perché bisogna essere in grado in primis di sapersi relazionare entrando nella testa delle diverse tipologie di atleti con cui si ha a che fare. 

Nel 2015 hai messo nero su bianco la tua storia di sportivo dando alla luce Ghiaccio, Acciaio Anima, una autentica autobiografia della tua vita di atleta. Un lascito e un invito a non mollare mai rivolto ai giovani?

Ho cercato essenzialmente di raccontare la mia vita, focalizzando la mia attenzione su tantissimi dettagli.  Un vero e proprio dietro le quinte dell’uomo Armin Zöggler in cui emergono cose di me meno conosciute e inerenti al mio privato, un diario intimo di questi venti anni meravigliosi che ho vissuto da professionista. E’ chiaro che i giovani oggi fanno più fatica ad approcciare lo sport rispetto a vent’anni fa perché è cambiato il mondo, ma  spero che chiunque abbia la curiosità di leggerlo possa essere contagiato da questo amore per il mio lavoro che è stata la molla decisiva per iniziare a sudare e a far fatica. Io credo nei giovani e sono convinto che pian pianino ritornerà massicciamente la voglia di fare sport e di tornare all’aria aperta, soprattutto dopo il difficile periodo che stiamo vivendo che speriamo finisca presto.

Fabio Bandiera
A cura di

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