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Armando Picchi: cuore, sangue e anarchia

Armando Picchi: cuore, sangue e anarchia

Il suo nome nel cuore dei vecchi interisti è sinonimo di leggenda. Il suo ricordo è legato all’Inter del mago Herrera, la Grande Inter. Per i livornesi Picchi era “Armandino” labronico sanguigno e poi capitano di questa memorabile compagine. Armando Picchi fu senza dubbio uno dei giocatori più rappresentativi del team nerazzurro che negli anni sessanta fece incetta di trofei.

Nacque a Livorno il 20 giugno 1935. Livorno, una città fatta di ribelli, di persone dal temperamento popolare e sanguigno. Forse l’essere ribelli e insofferenti a ogni tipo di imposizione diede ai livornesi un animo altruista ricco di generosità. Armandino veniva da questa città. Aveva conosciuto bene i livornesi veraci, dalla pelle bruciata dal sole e dalla fatica del lavoro portuale ma dotati di un grande cuore.  La sua carriera agonistica la cominciò proprio con il suo Livorno dove ricopriva il ruolo di mediano. Fu qui che Mario Magnozzi, allora allenatore dei labronici, lo arretrò in difesa nel ruolo di terzino destro. Sembrava una posizione fatta a pennello per lui, per la sua grinta e per i suoi scatti che lo portavano sempre fino all’area di rigore. Nel 1960 l’Inter lo vide e lo prelevò dalla SPAL. Picchi di punto in bianco si ritrovò dalla provincia a una delle squadre più importanti del calcio italiano.

Alla guida dell’Inter era arrivato il mago Helenio Herrera. Herrera era un grande stratega e motivatore. Un autentico rivoluzionario che incitava il pubblico a partecipare attivamente alla partita come il dodicesimo uomo in campo. Era un allenatore fuori dagli schemi e proiettato nel futuro. Dunque, il mister argentino si ritrovò in squadra questo terzino tutta grinta e agonismo che era insofferente alle imposizioni, da buon livornese, che però sul campo non mollava un centimetro. Ecco l’intuizione che cambiò la vita calcistica di Picchi. L’argentino si era accorto che il terzino livornese aveva una propensione naturale a guidare tatticamente i propri compagni di squadra. Quindi perché non spostare di ruolo Armandino? Se è vero che Picchi era insofferente agli ordini, era altrettanto vero che nelle posizioni di comando sapeva gestire magistralmente tutta la squadra. Bisognava sostituire il buon Bruno Bolchi e valeva la pena provare questo azzardo. Era deciso, Picchi doveva diventare un libero.

Così, nella stagione 1961-1962, il mago aveva compiuto l’ennesima magia e scusate il giro di parole. Picchi interpretò e incarnò il ruolo del libero in tutta la sua essenza. Era lui l’ultima barriera davanti al portiere, era lui che non sguarniva mai la difesa, era sempre lui che calamitava ogni pallone anche senza essere un fenomeno nel gioco aereo.

Per la prima volta in vita sua, Armandino mise la sua anarchia al servizio della squadra trasformandosi in un vero capitano. Questo nuovo ruolo ridimensionò la natura offensiva acquista quando era terzino e questo non giovò alle sue aspettative nel campo della nazionale. L’allora CT Edmondo Fabbri, per la sua visione di gioco, riteneva il capitano troppo difensivista. Una delle qualità migliori di Picchi come giocatore era questa sua personalità grintosa e motivatrice. Una qualità che riusciva ad unire alla sua capacità di leggere la partita che lo rese un “allenatore in campo”. Era diventato il capitano della Grande Inter, con la quale vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due volte la Coppa Intercontinentale. Ma non poteva sopprimere la natura del suo carattere e così arrivò ai ferri corti con il suo allenatore. Da qualche tempo, Picchi era entrato in contrasto con la ferrea disciplina imposta da Herrera. Si può cambiare ruolo ma non si può modificare la propria indole. A quel punto il presidente Angelo Moratti cedette alle pressioni del tecnico argentino che dette l’ultimatum di: «o via lui o via io». Alla fine Picchi venne ceduto al Varese, dove non mancò di lanciare frecciate al veleno verso il suo ex tecnico: «se l’Inter deve qualcosa al Mago, quanto deve il Mago a noi giocatori? Molto, forse moltissimo». Conclusa la sua carriera di giocatore intraprese quella di allenatore e partì proprio dalla sua Livorno. Subentrato in corsa, prese la compagine labronica in zona retrocessione e la portò a un ottimo nono posto in classifica. Come dicevamo, aveva ampiamente dimostrato queste sorprendenti doti di allenatore anche quando era giocatore dell’Inter.

Nel 1970 Giampiero Boniperti lo portò alla Juventus. Nella stagione 1970-1971 a 35 anni era il più giovane tecnico della serie A. Era una scommessa da vincere, perché la Juventus era una squadra totalmente rinnovata con dei talenti come Capello, Causio e Bettega. In campionato vissero sì una stagione di assestamento ma comunque nelle posizioni di vertice, in campo continentale inanellarono un ottimo cammino in Coppa delle Fiere (l’attuale Europa League). Picchi, però, non vedrà finire la stagione. Colpito da un brutto male morirà proprio in quel 1971. La giovane Juventus che il tecnico livornese aveva allestito sarà quella che dominò tutti gli anni settanta. Segno delle sue grandi doti di allenatore.

Picchi fu uno dei giocatori più rappresentativi del calcio italiano negli anni sessanta. Nonostante l’amarezza della nazionale italiana aveva dimostrato al mondo intero di essere il più forte libero del suo tempo. In seguito  uno dei più forti della storia del calcio insieme a Gaetano Scirea e Franco Baresi. Carismatico, intraprendente, anarchico e grintoso furono caratteristiche che lo fecero grande nella massima serie.

Armandino era un livornese vero di quelli veraci. Insofferente alle imposizioni e alle regole. Qualità che ne fecero un grande condottiero nella difesa nerazzurra. Divenne un perno fondamentale di quella Grande Inter. Un carattere d’acciaio e  un grande cuore tenero. E’ stato in grado di capitanare un’armata invincibile, e qualche volta anche di tener testa a Helenio Herrera. Armando Picchi è tutto qui, nelle immagini, bianco e nero, anni sessanta. E’ in quel suo volto sempre contrassegnato dal sorriso e che al momento giusto sapeva diventare serio e freddo. Citando Che Guevara in una sua massima era l’esempio dell’esser duri senza mai perdere la dolcezza. Spalle larghe, muscoli definiti, come se il fisico fosse la rappresentazione perfetta del carattere. Fu un livornese, come tutti i labronici, che non fu profeta in patria. Divenne il leggendario livornese nerazzurro.  Le spalle larghe, Picchi le aveva, era uno senza paura. Libero davvero, nel nome dell’Inter.

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