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Andy Brehme, quando il rigore lo batte la vita

Andy Brehme, quando il rigore lo batte la vita

Come fai a non pensare di poterlo dominare sempre il destino, quando ti ritrovi a pettinare la palla dal dischetto con il tuo piede meno sensibile e a scrivere la storia anche se il portiere ha intuito il tuo angolo di tiro e gli è arrivato a un millimetro con la punta delle dita? Tanto più che quel rigore in realtà non avresti dovuto batterlo tu, ma ti sei visto consegnare la palla dal tuo compagno più autorevole, più rappresentativo, nonché il rigorista principe della tua nazionale. Segno di estrema fiducia, di investitura morale prima che tecnica, del riflettore epocale che ha scelto di metterti al centro del suo fascio di luce.

Né più, né meno che questo deve aver pensato Andreas Brehme da Amburgo, fino a molto tempo dopo la sera dell’otto luglio del 1990, quando Lothar Matthäus, che nel corso della finale contro l’Argentina aveva dovuto cambiare gli scarpini, lo aveva spedito sul dischetto al suo posto, quando mancavano cinque minuti al novantesimo e l’arbitro Codesal aveva appena fatto infuriare ogni argentino, in ogni angolo del pianeta. Quasi trentenne, quella sera, Brehme; pressoché invincibile, come tutti quelli che, non essendo nati fuoriclasse, hanno capito abbastanza presto che nella costanza e nella fatica risiede la loro miglior forma di talento.

Era stato suo padre a dirgli di allenarsi anche col destro, anche e soprattutto addosso al muro; perché un giocatore che adopera un solo piede o è nato fuoriclasse, ma ce ne sono sempre stati pochi per ogni generazione; oppure non sarà mai un giocatore importante. Deve averlo ascoltato per bene il genitore, Andy Brehme, perché tanti anni e tanti trofei dopo, compresa quella Coppa del Mondo, Franz Beckenbauer ha detto di non aver mai capito, in tanti anni, quale fosse il piede più sensibile di Brehme: ufficialmente mancino, in pratica – e nella pratica – ambidestro, per come trattava la sfera anche con “l’altro” piede.

Uno così non dovrebbe mai perdere l’equilibrio, nella vita. Uno così dovrebbe sempre sapere cosa fare: col destro o col sinistro, con la palla o senza. Come aveva sempre fatto col Kaiserslautern, poi con il Bayern Monaco, con l’Inter di Giovanni Trapattoni – finché c’è stato il Trap – e infine ancora con il Kaiserslautern, per una seconda giovinezza calcistica che nelle ultime stagioni gli regala la promozione in Bundesliga e la vittoria del titolo, con la sua indiscussa guida morale, con la caratura della sua straordinaria esperienza che prescindono dal numero delle presenze.

Quando dice basta, proprio nell’anno di quella storica Meisterschale, ha quasi più guadagnato che vinto, il che nel suo caso è tutto dire. Uno così non può che aver già programmato la prosecuzione della vita, una volta slacciati gli scarpini, in ogni sfumatura, così come aveva messo a punto il crescendo della propria carriera. Uno così è nato manager di se stesso; uno così non sarebbe una sorpresa se diventasse ancora più ricco da ex giocatore.

Poi capita, perché persino a uno così può capitare, che la vita cominci a bluffare anche quando si hanno in mano le carte più invidiabili. Perché accade? Perché anche se sei stato sempre pronto a tutto, non sei preparato a essere debole. A scoprire che prima o poi sei costretto a riaprire lo sgabuzzino dell’esistenza, ché non solo avevi dimenticato dove fossero le chiavi, ma anche che esistesse la stanza.

Più o meno al termine del 2006, sparito dai radar dopo alcune interlocutorie esperienze in panchina, compresa quella di Stoccarda come secondo di Trapattoni, Andy Brehme sparisce dai radar; si perde nella foschia dei piccoli e grandi smarrimenti che sorprendono alle spalle anche i più sicuri di loro stessi e, in un certo senso, li colpiscono più duramente di quanto facciano con gli altri.

La guida in stato di ebbrezza, che ebbrezza non è perché nasce da stati d’animo opposti; un matrimonio svanito nei sentimenti ma presente, dopo la sua fine, attraverso le pretese degli avvocati; i numeri del conto corrente che in breve tempo ostentano cifre colorate di rosso. Com’è successo? O meglio; come è potuto succedere?

Può saperlo soltanto Brehme o, forse, ancora oggi non lo sa del tutto. Non lo ha capito. Non ha voluto capirlo. L’unica certezza, quando cose simili capitano a uno come lui, è che prima o poi spuntano quei personaggi meschini, con tratti a metà tra grotteschi e ridicoli, come quelle figure minori dei romanzi di Balzac, che si fanno parassiti dei guai di coloro che hanno sempre invidiato, di chi non hanno mai potuto né saputo essere.

Si chiama Oliver Straube, è anche lui un ex calciatore, ma uno di quelli che la Coppa del mondo l’hanno sempre vista da casa; possiede una ditta di pulizie e, quando le cronache iniziano a mestare nel torbido dei guai di Brehme, se ne esce con quella che tutto è tranne che una reale proposta d’aiuto:

“Siamo disposti a impiegare Brehme nella nostra azienda, così saprà cosa vuol dire pulire i bagni e i servizi igienici. Potrà lavare i sanitari così si renderà conto davvero cosa significa lavorare e qual è la vera vita”.

Ci pensa, il terzino rigorista della finale mondiale. È costretto a pensarci. Forse arriva a tanto così dall’accettare un tratto di vita con le narici bruciate dai prodotti chimici che i suoi quasi colleghi adoperano per far luccicare i cessi delle aziende o delle scuole.

Lo aiutano il Bayern Monaco e Beckenbauer, perché il Kaiser dice che il calcio tedesco ha il dovere di aiutare Brehme; di rendergli almeno in parte ciò che lui ha dato. Diventa osservatore, Brehme; risolleva progressivamente le sue finanze, di pari passo con i suoi umori. Il clamore attorno alla sua vicenda esistenziale dimostra che chi doveva ricordarsi di lui se n’è ricordato, così come si ricordano tutti di quel rigore all’Argentina.

Di uno come Oliver Straube, invece, ci si ricorda soprattutto per la perfidia con cui aveva finto di voler aiutare Brehme. Tra le tante morali della vicenda, forse questa è la più nitida, la più profonda; da dedicare a tutti quelli che sono capaci soltanto di giudicare chi ha realizzato ciò che loro non sarebbero mai stati in grado nemmeno di pensare.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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