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Andrea Lucchetta: a tu per tu con Crazy Lucky

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Andrea Lucchetta: a tu per tu con Crazy Lucky

E’ un dato di fatto che nello sport moderno, nelle sue varie accezioni, il livello di competitività legato alla performance abbia alzato l’asticella delle prestazioni a cui gli atleti devono sottostare. Questo da un lato ha alzato la quantità del prodotto finito sport, ma dall’altro ha condizionato lo sviluppo tecnico nelle varie discipline a scapito di una qualità che spesso e volentieri cede il passo ad un esasperato atletismo e ad una straripante fisicità. Mantenere standard così elevati di concorrenza richiede anche un dispendio mentale non indifferente e per affrontarlo e risolverlo si ricorre spesso ai mental coach, figure professionalmente adeguate e strutturate che aiutano ad affrontare e risolvere lo stress da prestazione facendo leva su aspetti motivazionali e di autostima. Pane per i denti di Andrea Lucchetta, campione dentro e fuori dal campo e coinvolto da diversi anni in progetti che, partendo dall’amore per il suo amato volley, lo hanno portato in ambiti e forme espressive diverse animate da un denominatore comune: quello di coinvolgere i giovani e le famiglie ad un approccio inclusivo puntando sugli effetti positivi e adrenalinici dello sport inteso come fenomeno aggregante per antonomasia. Doti di innate di comunicatore e leadership fanno parte del suo bagaglio genetico, i suoi venti anni di carriera parlano da soli con l’iscrizione nella Hall of Fame italiana della Fipav, le sue telecronache sono parte integrante e imprescindibile del pacchetto volley firmato rai, un mosaico complesso e stratificato di un uomo-atleta-personaggio che dovunque sia andato ha sempre lasciato una scia indelebile del suo passaggio. Abbiamo avuto il piacere di condividere e ripercorrere la sua straordinaria carriera costellata da quattro scudetti, cinque coppe italia, una supercoppa italiana, una coppa dei campioni, tre coppe delle coppe e una supercoppa europea a livello di club a cui vanno aggiunti in maglia azzurra l’oro europeo di Stoccolma 1989, quello mondiale di Rio de Janeiro del 1990 (in cui fu nominato miglior giocatore della kermesse) le tre World Leagure targate 1990-1991 e 1992 più l’argento europeo di Berlino 1991 e il bronzo olimpico di Los Angeles 1984, con un occhio ben puntato alle fisiologiche evoluzioni e alle dinamiche complesse dello sport contemporaneo.

Buongiorno Andrea. Venti anni di attività agonistica e altrettanti nel mondo dello sport a vario titolo, con  lo stesso entusiasmo del Crazy Lucky di sempre. Qual è il tuo elisir di giovinezza?

Eh sì, la cosa importante è adeguarsi al linguaggio dei tempi e al tipo di interlocutore che si ha davanti, per farlo cerco di esprimermi ad altezza di bambino per rendere la pallavolo fruibile e semplice, questo è quello che ho sempre cercato di fare rendendo le mie telecronache divertenti e cadenzate per mantenere vivo l’interesse. Ho sempre cercato dopo il mio ritiro di esprimermi in modo coinvolgente avendo come target di riferimento una platea più ampia possibile, con un occhio inclusivo e rivolto alle famiglie.

Ne hai viste tante e nessuno più di te può dirci lo stato dell’arte del volley nostrano. E’ uno sport che gode ottima salute?

la nostra pallavolo sta benone, vedo in Superlega squadre tecnicamente preparate e ben allenate dai tecnici della vecchia guardia che puntano giustamente non solo sulla strabordante fisicità del volley moderno ribadendo l’importanza dei fondamentali. Anche i giovani riescono ad avere una buona preparazione grazie ai progetti FIPAV Club Italia che ha portato le donne a grandi risultati a livello mondiale e S3 a livello maschile in cui il reclutamento parte, e deve partire, dalle scuole. E’ un movimento trasversale e in salute con oltre 2 milioni di praticanti in cui le donne hanno un ruolo preponderante.

Torniamo per un attimo alla generazione di fenomeni degli anni ottanta-novanta che ha costruito un pezzo indelebile di storia. Frutto di una combinazione di giocatori straordinari e di un livello di italiani numericamente alto? Qual è la tua chiave di lettura di quegli anni?  

Sicuramente nel nostro Dna c’erano i geni giusti, ma il resto è frutto di lavoro, dedizione e passione per questo sport. Senza queste motivazioni non si va da nessuna parte e la storia dei troppi stranieri e a mio avviso una scusa, anche quando giocavo io gli stranieri erano forti ma il problema è un altro: oggi i giovani italiani fanno fatica a percepire quello spirito di sacrificio che fa la differenza, questo li rende pronti per un campionato italiano in cui sono numericamente esigui, ma non all’altezza a livello internazionale. Se a questo aggiungiamo i costi elevati dei vivai rispetto allo straniero usa e getta spinto dal procuratore il discorso diventa ancora più complesso. La ricetta? Rimboccarsi le maniche, lavorare duro e sodo in palestra e farsi trovare pronti quando si è in campo. Oggi non ci sono più garanzie e a mio avviso è giusto così. Forse si potrebbe ridurre la Superlega a dieci club e ampliare il bacino della serie A2 a più squadre in cui gli italiani hanno più chance, ma al momento questa è la realtà e bisogna conviverci.  

 

 

Come e perché hai scelto la pallavolo?

E’ la pallavolo che ha scelto me. Da ragazzo io praticavo diversi sport, dal nuoto al tennis in cui ero qualificato e l’obiettivo in assenza di social, smartphone e corbellerie elettroniche varie era quello di divertirsi in gruppo facendo attività fisica. Poi a scuola, mentre il tennis prendeva piede sempre di più grazie ad una borsa di studio, iniziai ad avvicinarmi alla pallavolo che mi intrippava sempre di più e pian pianino lasciai uno sport individuale come il tennis dedicandomi anima e corpo ad uno sport dove l’elemento collettivo era preponderante. Nel giro di due anni ero già nel giro che contava, nazionale militare e Panini Modena con la quale sono diventato un atleta professionista. Il resto è su Wikipedia, ma a me interessa vivere l’oggi con tutto quello che mi coinvolge e diverte a contatto con l’aspetto educativo e formativo.

La tua esperienza con l’azienda Rai e il tuo progetto giovanile con la Federazione.

Per quando riguarda il rapporto con Mamma Rai il discorso è trasversale e nasce col mio ruolo di autore per la serie animata Spike Team prodotta da Rai Fiction e vincitrice di due premi Moige per la sua capacità  di intendere lo sport come momento inclusivo focalizzato sul fare gruppo e percorrere insieme una strada per migliorarsi indipendentemente dalla meta. Il film da me sceneggiato, e tratto dalla serie, Il Sogno di Brent si affaccia con coraggio nel rapporto tra sport e disabilità che è una delle tematiche che mi sta a più a cuore, la rai mi ha supportato e i riconoscimenti ricevuti sono un ulteriore motivo di orgoglio. Per quanto riguarda il protocollo Fipav S3, ho ideato il progetto Spike Ball cancellando la parola riduttiva Mini abbassando la rete ad altezza dell’ occhio di un bambino consentendo il gesto e la relativa gratificazione della schiacciata come elemento importante per costruire gli altri fondamentali. Abbiamo girato oltre 5.000 scuole portando 25.000 bambini nelle piazze consolidando il rapporto col territorio all’insegna del divertimento e dello stare insieme.

Hai vinto quasi tutto, l’unico rimpianto è il mancato oro olimpico? Quale gioia ti porti ancora dentro nel cuore delle tue ventennale carriera?

Sicuramente l’Olimpiade è il tassello che manca, nel 1992 a Barcellona è stato un disastro a livello di spogliatoio che è stato impossibile ricucire in campo. Dopo i trionfi europei e mondiali si è aperta la prima crepa e nelle Olimpiadi successive abbiamo sempre floppato, certo arrivare secondi ad Atlanta 1996 non è stato un disonore, mal’Italia di quegli anni era programmata per vincere e l’argento è stato visto come una sconfitta non rimarginabile perché in questo sport quello che conta è la vittoria, il resto son tutte balle. Una gioia che mi porto dentro riguarda una sessione di S3 a Verona in mezzo a trecento ragazzi  dove un bambino ipovedente era stato messo da parte e portato in carrozzina dalla maestra di sostegno. L’ho preso per mano abbiamo fatto lo slalom in mezzo agli altri, gli ho fatto toccare la rete per farlo poi schiacciare e ho visto il suo sorriso. Poi mi sono inginocchiato alla sua altezza condividendo tutti insieme quella emozione, è stato davvero commovente. Il volley deve essere innanzitutto uno sport che aggrega togliendo ogni tipo di barriera fisica e sociale e da anni il mio impegno è finalizzato in questa direzione.

L’aspetto mentale e motivazionale che riguarda la tua attività di coaching, e l’importanza nel volley di una figura di Julio Velasco che all’epoca sembrava un marziano.

L’importanza odierna del coaching  è sotto gli occhi di tutti, diverse aziende mi contattano perché la mia metafora sportiva è un punto di forza che serve da sprone e stimolo per chi ambisce a migliorarsi. Chi ha intenzione di fare il mental coach a mio avviso deve avere una laurea in psicologia di base e poi formarsi nello specifico attingendo a svariati studi e manuali che abbondano a tutti i livelli. E’ un modo inflazionato e in molti casi abusato, la mia idea di base è che chi aspira ad un ruolo del genere deve avere la stoffa e la tempra del capitano della nave, sempre in prima linea dando l’esempio con la leadership. L’allenatore è un politico che vince per se stesso, il capitano ottimizza la squadra e fa vincere anche l’allenatore dando coesione al gruppo. Velasco è stato un ottimo gestore di un collettivo che a monte aveva anni di lavoro e di preparazione juniores forgiati da tecnici federali, è stato sicuramente un genio nell’assemblarci dandoci una grande opportunità di crescita, ma come ribadisco da sempre le motivazioni le hanno i giocatori dentro di sé, altrimenti è meglio cambiar mestiere. Ho sempre definito la mia generazione un coacervo di minatori che col duro lavoro hanno dimostrato a tutto il mondo la forza del lavoro duro in miniera.

Cosa non ti piace del volley di oggi?

Da un punto di vista tecnico sicuramente non mi ha entusiasmato l’abbassamento di peso e di dimensioni del pallone e anche il grip che lo rende più maneggevole, da un punto di vista regolamentare l’utilizzo della rete sul servizio ha aperto scenari e angolazioni diverse. Non mi garba neanche l’introduzione del libero che specializza il giocatore togliendogli quella capacità universale di giocare in tutti i ruoli. Non mi piace questa settorialità, nel nostro sport definire e recintare i ruoli è riduttivo, soprattutto per chi è giovane l’approccio deve essere a trecentosessanta gradi altrimenti rischiamo di partorire dei mezzi giocatori.

Chiudiamo con un messaggio e un appello ai giovanissimi. Avvicinatevi alla pallavolo perché? 

Il reclutamento è un aspetto fondamentale che va implementato, nonostante i nostri continui sforzi e progetti il problema è generazionale e bisogna sempre partire dalle scuole investendo su smart coach che invoglino e attirino i ragazzi puntando sugli aspetti gratificanti di questo sport. La fruibilità immediata di una pratica sportiva come lo spike ball combatte la noia e la giocabilità prende il sopravvento, poi dopo viene tutto il resto. La parte di sacrificio, di alienazione e di autostima che fanno di un ragazzo un atleta del futuro sta a noi tecnici affrontarla in modo adeguato al cambiamento dei tempi. E’ troppo facile adagiarsi e scagliarci contro l’apatia degli adolescenti cercando inutili alibi, rimbocchiamoci le maniche usando degli strumenti diversi, io sono è sarò sempre in prima linea continuando il mio lavoro sul territorio sfruttando al meglio le mia capacità e la mia immagine. 

Dopo questo fiume di idee, parole e propositi non si può che riconoscere l’importanza comunicativa di un personaggio come Andrea Lucchetta per l’equilibrio generazionale del volley e ringraziarlo per quello che è stato e per quello che sarà, un riferimento costante e positivo di cui il nostro sport ha oggi più che mai assoluto bisogno.

Oggi Andrea è un commentatore televisivo, l’ideatore e co-produttore della serie animata “Spike Team” e del film “Il sogno di Brent”. Il rapporto con la Federazione non si è concluso con la sua carriera sportiva infatti oggi Lucky partecipa a molte iniziative giovanili come il progetto “S3-All together we can spike!”.

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Fabio Bandiera
A cura di

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