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Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Andrea Gaudenzi, il cuore e la racchetta

Il 4 dicembre 1998 va in scena una delle partite più emozionanti della storia del tennis nostrano, quella tra Andrea Gaudenzi e Magnus Norman nella finale di Coppa Davis. Riviviamo quella serata infinita.

Gioco. Partita. Incontro. In un mondo perfetto, in cui il coraggio e la dedizione alla causa pagano, questo è il finale adatto per questa storia. Ma si sa, le gioie vere sono rare. Se poi sei un italiano e ti stai giocando la Coppa Davis, si contano sulle punte delle dita. Di una mano. Monca. E di conseguenza non ci sono abbracci, non ci sono festeggiamenti, non si sente il boato del pubblico. C’è invece la voce dell’arbitro che invita a rientrare in campo. Il Forum di Assago trattiene il fiato, mentre il ragazzo con la maglia bianca e le maniche blu cerca invano di muovere il braccio destro. E la smorfia di dolore si sposta dal suo volto a quello dei presenti, prima di arrivare sui teleschermi di mezza Italia, che in un freddo venerdì di dicembre è incollata alla TV da ormai cinque lunghe ore. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati“. Eppure ce l’aveva quasi fatta Andrea, non aveva mollato. E con lui ci avevamo creduto tutti che quella partita sarebbe finita in un’altra maniera. Andrea è Andrea Gaudenzi da Faenza, numero uno del tennis italiano. L’anno è il 1998; Gaudenzi arriva alla finale di Davis di Milano contro la Svezia dopo due mesi di riposo e terapie conservative. Il tendine della spalla gli dà noia da tanto, troppo tempo. E quindi dopo la semifinale di Milwaukee contro gli USA, decide che quell’anno scenderà in campo solamente altre tre volte. Al Forum, sulla amata terra rossa, lo aspettano Norman, Gustafsson e il temibile duo Björkman/Kulti. Sulla carta il doppio è il punto decisivo, è quello il match che assegnerà la Coppa. Gli svedesi sono quotatissimi, ma noi schieriamo Gaudenzi e Nargiso, Andrea e Diego, un’accoppiata che per il tennis italiano degli anni 90 vale più di Lennon e McCartney. Diego però il doppio lo giocherà con Sanguinetti, perdendo il punto che riporta per la settima volta il trofeo a Stoccolma.

La finale di Davis di Gaudenzi dura infatti esattamente cinque ore. Cinque, come gli infiniti set che Andrea e Norman si contendono. Cinque, come le dita di una mano, quella che tiene stretta la racchetta, nonostante il fastidio al tendine faccia sempre più spesso capolino. Lo svedese, va detto, non collabora. È tignoso, recupera ogni pallina, anche quelle che Gaudenzi mette nei punti più reconditi del campo. Ogni punto è una conquista, una fatica erculea. E come è ovvio che sia, i primi due set si risolvono al tie-break. Andrea porta a casa il primo per undici a nove, ma nel secondo non entra proprio in campo. 7-0. Cappotto. È il segnale che qualcosa non va. Il fastidio si sta tramutando in dolore. Conscio di dover combattere anche contro l’orologio, nel terzo set Gaudenzi spinge, forse anche più del dovuto. Gioca in maniera differente, si vede, è più conservativo, ma riesce comunque a indurre spesso e volentieri Norman all’errore. E la tattica paga, 6-4 e avanti così, nonostante la spalla, nonostante le fitte, nonostante tutto. Ma Andrea è un essere umano, e come tale soggetto a dei limiti. Limiti che affiorano in maniera sempre più palese nel quarto set. Lo svedese è un martello, continua imperterrito a rimettere in campo ogni palla. Gaudenzi è stanco, sofferente, recupera a fatica ed è costretto a cedere la partita all’avversario.

L’inizio del quinto set somiglia a un massacro. Norman prende il largo e con due break consecutivi si porta sullo 0-4. L’atmosfera è plumbea, ma il pubblico non molla. Nella difficoltà più totale, le voci del Forum non fanno mai sentire solo Andrea. L’ormai eroica resistenza del faentino merita incoraggiamento, comunque vada a finire il match. Ed è proprio in quel momento, sull’orlo dell’abisso, che in Gaudenzi scatta qualcosa. Quel set non può finire 6-0, non è giusto. Improvvisamente gli impulsi della mente annullano quelli del corpo. Basta dolore, basta fatica. L’adrenalina scorre come una scarica elettrica e regala ad Andrea la linfa di cui ha bisogno. Non può più sbagliare niente, ogni singolo errore è un altro chiodo nella cassa. Lo svedese è disorientato, si difende come può, ma ha capito che la partita si è totalmente rovesciata. Regala tanti punti, ma non abbastanza. Vince un game e va a servire per chiudere. Ma Gaudenzi è una furia, annulla un match-point, si prende il break di prepotenza e si riporta in parità. 5-5. Cinque come i set. Cinque come le dita della mano. Quella mano che regge ancora la racchetta, con l’entusiasmo che sopperisce alla mancanza di energie, mentre tutto il Forum urla e applaude. E urliamo anche anche noi a casa, inchiodati allo schermo da un ragazzo che in qualche maniera sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, che sta lottando su ogni punto come se andasse della sua stessa vita. Serve per il game Andrea, per riportarsi finalmente avanti, dopo un set passato a inseguire. Mette in quella battuta ogni briciolo di forza rimasta, tutta la sofferenza e la fatica raccolte in un urlo che rimbomba in tutto il Forum. Ne esce un missile terra-aria, ma anche se non lo fosse andrebbe comunque a segno. Norman tenta una difesa, ma è totalmente in confusione e stecca la risposta. 6-5. E al grido di Gaudenzi rispondono milioni di persone, che stanno assistendo alla trasformazione in sogno dell’ennesimo incubo sportivo. Applausi, cenni d’intesa, la consapevolezza che lo svedese è alle corde. Una sensazione strana per l’Italia del tennis. Quasi di gioia. Appunto, quasi. Perché Andrea quegli applausi neanche li sente.

Ma nella frazione di secondo in cui è partito quel servizio, lui qualcosa l’ha sentito. Un suono sordo, impercettibile per tutti gli altri, ma che a Gaudenzi è rimbombato tutto dentro. CLACK. È il rumore di un tendine che cede, di un sogno che si infrange, di una resa amara e incontrovertibile. E quell’urlo quasi sovrumano è la sintesi del dolore fisico e soprattutto mentale di un ragazzo che ha dato tutto ciò che aveva, se non di più. E non è bastato. Si siede, quasi inebetito. Prova a muovere il braccio, a ruotare l’articolazione, a cercare di capire se può provarci per un altro game. Ma non riesce neanche a stringere tra le dita un bicchiere di plastica, figuriamoci la racchetta. “Prova, Andrea. E se vedi che non ce la fai, ritirati”. Solo capitan Bertolucci sa quanto gli costi dire quelle parole, ma è la cosa giusta da fare. E in effetti, Andrea ci prova. Uno, due, quattro punti subiti. Gioco. 6-6. Alla fine, la comunicazione del giudice di sedia arriva inesorabile. Norman batte Gaudenzi per abbandono. È uno dei tanti piccoli grandi drammi sportivi italiani. Ma la reazione è di orgoglio. Le lacrime amare di Andrea sono anche le nostre, di quelli che erano al Forum, di chi ha sofferto dietro uno schermo e di tutti coloro che anche solo per cinque minuti si sono appassionati al tennis grazie a questo match. Anche la squadra è sotto choc. Il giorno successivo la Svezia vince la Coppa Davis. I nostri non ci si avvicineranno più, neanche per sbaglio. Eppure quel che resta nella memoria collettiva sportiva italiana è quel quinto set. Nel bene o nel male. Dentro quei dodici game c’è la sfortuna che si accanisce contro chi soffre, ma anche e soprattutto la forza eroica di opporsi, seppur vanamente, a un destino che sembra già scritto. Verga avrebbe adorato questa storia, probabilmente l’avrebbe trasformata in un romanzo per il suo Ciclo dei Vinti. Ma non sarebbe stata un’opera Verista. Perché Andrea, in realtà, non può essere un vinto. Quel match Andrea non lo ha perso. Non per noi.

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