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Andrea Whitmore-Buchanan: se il destino è più infame anche del razzismo

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Andrea Whitmore-Buchanan: se il destino è più infame anche del razzismo

Negli anni 2000 il tennis femminile è letteralmente stato dominato da due tra le tenniste più vincenti di sempre: Serena e Venus Williams. Due sorelle nate nell’America dei primi anni ‘80, educate dal padre a pane e tennis e fin da piccole destinate a diventare campionesse. Con il loro stile aggressivo e improntato quasi esclusivamente sulla forza bruta e sulla fisicità hanno rivoluzionato il gioco moderno. Si potrebbe discutere per ore se questa rivoluzione abbia comportato un’evoluzione o un’involuzione nel tennis degli anni 2000. Ma in realtà il punto è un altro, le domande sono altre.

Le due sorelle avrebbero raggiunto gli stessi risultati se fossero entrate nel mondo professionistico 20 anni prima? Ma, soprattutto, 20 anni prima avrebbero avuto la possibilità di imporre il loro stile di gioco a tutto il panorama tennistico internazionale?

La storia di cui tratteremo quest’oggi avrà per protagonista proprio una giovane ragazza americana, tennista professionista negli anni ’70 e ’80, che è riuscita a raggiungere i vertici della classifica mondiale nonostante la “macchia” che l’ha sempre distinta, ossia la carnagione scura, un onere difficile da sopportare nell’America ancora fin troppo razzista degli anni 70’.

Andrea Withmore Buchanan nasce nell’aprile del 1955 a Los Angeles e prende per la prima volta una racchetta in mano a 15 anni,molto più tardi rispetto agli standard odierni. Eppure neanche un anno dopo vince un torneo a Los Angeles dedicato solo a giovani ragazze, segno che il tennis probabilmente le scorre nel sangue. Per questo, dopo aver conseguito il diploma in contabilità, prende parte a diversi tornei nell’hinterland losangelino e nel 1975 rappresenta proprio la sua città ai Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, una manifestazione che dà grande visibilità a quei tennisti che non possono permettersi di essere soci in ricchi circoli sportivi.  Di lì in avanti la Buchanan inizia a vincere partite dopo partite finché nel 1978 non accade la svolta.

Sempre nei Campionati Nazionali dei Parchi Pubblici, scende in campo avendo maturato un tennis più aggressivo e spericolato, che le regala una vittoria strepitosa: Andrea è protagonista di un’incredibile tripletta, riuscendo ad imporsi nel torneo singolare, nel doppio e nel doppio misto.

Lo straordinario successo fa sì che si accenda una lampadina nella testa della Buchanan, che abbandona definitivamente il suo impiego da segretaria e si lancia nel tennis professionistico. Decide inoltre che è meglio cambiare aria, perché a Los Angeles ha praticamente vinto ovunque. Ha bisogno di nuovi stimoli e di trovare un ambiente dove ci sia più competizione, per questo si trasferisce a Dorchester, nel Massachussets, presso lo Sportsman’s Tennis Club.

Questo circolo non solo è un luogo in cui apprende molto dal punto di vista umano, ma è anche l’unico negli Stati Uniti con campi indoor ad essere gestito esclusivamente da afroamericani. Inoltre, la politica del club è tale per cui ogni anno vengono ospitati mille aspiranti tennisti che vivono in ristrettezze economiche ma che hanno dimostrato di avere talento. E’ l’ideale per Andrea, che non si lascia scappare questa ghiotta opportunità: nonostante la durissima selezione, viene inserita tra le quattro giocatrici di colore più forti del circolo e ha la fortuna di allenarsi con Althea Gibson, la prima black woman ad aver vinto uno Slam.

Quest’esperienza risulta fondamentale per la giovane Buchanan: infatti la Gibson non solo le permette di migliorare il suo gioco coi suoi consigli, ma le insegna come aver successo nel mondo del tennis, malgrado lo strapotere della cultura bianca che soverchia qualsiasi minoranza. Le spiega l’importanza di avere autocontrollo e consapevolezza nei proprio mezzi, nonostante sia circondata da una realtà razzista che tende a considerarla un corpo estraneo.

Anche grazie agli insegnamenti della Gibson, la Buchanan stringe dei solidissimi rapporti di amicizia con le altre tre compagne d’avventura: Zina Garrison, Leslie Allen, Kim Sands e Andrea diventano amiche inseparabili e insieme percorrono i primi passi nel mondo professionistico. Ma dopo qualche mese, la Garrison e la Allen crescono notevolmente di livello, dimostrando di essere più forti e talentuose di Andrea, che però manifesta una cattiveria agonistica impressionante. “Se avessi i vostri colpi, vincerei ogni partita”, è questo il monito che lascia alle sue due amiche-avversarie, mostrando una determinazione incredibile.

La Buchanan diviene fin da subito una delle tenniste più conosciute del circuito femminile e si mette in mostra per il suo tennis d’attacco, finalizzato al gioco di volo. Entra tra le prime 100 giocatrici al mondo nel 1980 accede al tabellone principale di Wimbledon. L’anno seguente prende parte anche all’Open di Francia e allo Us Open, ma la sua prestazione migliore la fa registrare senza dubbio a Wimbledon: a suon di discese a rete e di colpi aggressivi, la giovane statunitense raggiunge il terzo turno e viene eliminata solamente dalla Mandlikova, futura vicecampionessa del torneo.

Il risultato dà slancio alla carriera di Andrea, che diviene una delle tenniste più stimate nel circuito femminile, nonché una tra le giocatrici-simbolo delle comunità nere in America. Peccato, però, che alcune partite storte sul finire del 1981 la inducano ad allontanarsi dal tennis professionistico, per riposarsi e ricaricare le energie. Non naviga nell’oro, quindi deve trovarsi un lavoretto per mettere i soldi da parte in vista di una prossima trasferta in Europa.

Da qui, la scelta che la segnerà per sempre.

Nei pressi di Murfield Road, nella periferia di Los Angeles, c’è un mercato del pesce dove manca personale. Andrea vive a due passi da lì e non esita a farsi assumere. Non le interessa che sia un lavoro modesto, è una ragazza umile che non si è mai lamentata se c’era da sporcarsi le mani.

E’ la mattina del 28 gennaio 1982 quando un uomo fa irruzione nel mercato e spara contro il proprietario e Andrea, ferendoli entrambi a morte. Andrea cade a terra e si spegne, i suoi sogni si smaterializzano in un istante.

La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nel circuito femminile. La tanto amata Andrea Buchanan è stata freddata da uno sconosciuto e le sue colleghe non riescono a capacitarsene. La stessa Billie Jean King, leggendaria esponente del tennis mondiale, durante un incontro decide di abbandonare il campo, scusandosi con tutti. E’ troppo scossa, non riesce a non pensare alla tragedia che ha colpito la sua amica, al criminale che le ha tolto la vita e che è ancora in libertà.

Quella di Andrea Buchanan è una storia il cui lieto fine non è altro che un miraggio di una lontananza indecifrabile. Ma non sono certo un miraggio gli enormi passi avanti fatti nel mondo del tennis, per contrastare le ingiustizie e le discriminazioni all’ordine del giorno fino a pochi anni fa. Ovviamente c’è ancora molta strada da percorrere e molte battaglie sociali da vincere.

Ma anche Andrea, col suo umile esempio, ha aggiunto un piccolo grande mattoncino nella lotta contro la piaga del razzismo.

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Lorenzo Martini
A cura di

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