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Tifosi Made in Usa: a tu per tu con i Dallas Beer Guardians

Incuriosito dal mondo dei tifosi di calcio nordamericani, ho deciso di contattare alcuni gruppi organizzati, per tentare di conoscere similitudini e differenze rispetto all’universo dei tifosi europei. I primi a rispondermi sono i Dallas Beer Guardians, un gruppo di supporters del Dallas FC che dal 2011 cantano e tifano seguendo un motto latino da loro coniato: Sanguinem, sudorem et cervisae. Sangue, sudore e birra, che segnala l’impegno profuso dai membri del gruppo per sostenere la squadra con cori e bandiere, ma anche la loro dedizione al luppolo. Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con la loro presidente Bailey Brown. Proprio così: il gruppo ha un presidente ed è donna.

Bailey mi descrive uno scenario molto diverso da quello europeo: «Negli Stati Uniti la maggior parte dei gruppi di tifosi sono delle organizzazioni no-profit registrate ufficialmente, che rispondono alle leggi locali ed eleggono i propri rappresentanti». In Italia abbiamo i cosiddetti club di tifosi, che sono spesso registrati come associazioni senza scopo di lucro e siedono in tribuna, ma raramente sostengono attivamente la squadra tifando, cantando e sventolando bandiere. I gruppi statunitensi sono invece la parte più calda della tifoseria. Ma più che un gruppo di tifosi, Bailey Brown definisce i Dallas Beer Guardians una famiglia. Anzi, una beer family.

Come prima presidente donna del gruppo, sa di rappresentare il calcio americano che cambia, e con esso il suo bacino di tifosi: «Nei DBG le donne hanno gli stessi ruoli che gli uomini. Anzi, a volte è capitato che i tre lancia-cori fossero tutte ragazze. Sugli spalti del Toyota Stadium gli episodi di discriminazione sessista sono rari e sento che se avvenissero la gente non starebbe lì a guardare, perché siamo una comunità molto inclusiva e ci impegniamo perché sia così. A volte si avverte un sessismo sottile, quando ad esempio ti chiedono: “Sei venuta allo stadio col tuo ragazzo?”, ma credo che stia diminuendo. Noi donne in MLS siamo ancora una minoranza, è vero, ma sogno che un giorno la metà dei membri del nostro gruppo sia di sesso femminile».

Mi spiega che quella da lei presieduta è un’organizzazione indipendente dal club e totalmente autofinanziata. Questo non significa che non ci sia collaborazione con la società: «Ci dobbiamo recare da loro per farci approvare striscioni e coreografie, organizzare cori con tutto lo stadio e chiedere il permesso di entrare in campo dopo la partita». Ma è anche il club a dover chiedere il permesso ai tifosi, ad esempio quando vogliono esporre il Supporters Shield in qualche evento: «Il Supporters Shield è un trofeo assegnato alla squadra che arriva prima a fine campionato, cioè prima dei play-off che ne decretano il vincitore. L’anno scorso il Dallas FC è arrivato primo, ma è poi uscito ai play-off contro i Seattle Sounders. Il premio è intitolato e assegnato fisicamente ai tifosi come segno di riconoscimento per il loro impegno. Al momento è a casa mia».

I Dallas Beer Guardians si recano nei dintorni dello stadio tre-quattro ore prima del fischio d’inizio e danno vita al tailgate party: la particolare usanza nordamericana di animare i parcheggi degli stadi con grigliate, bevande alcoliche e musica, utilizzando come epicentro il bagagliaio – tailgate, appunto – di uno o più veicoli. «Nel prepartita l’allenatore e il direttore tecnico passano al parcheggio per fare due chiacchiere con noi e ricordarci quanto apprezzano il nostro sostegno», racconta Bailey. «Una volta entrati dentro stiamo in piedi, cantiamo e sventoliamo le bandiere per 90 minuti. Poi torniamo alla zona del tailgate per il post-partita».

Le chiedo se ha riscontrato dei problemi diffusi in tutti gli Stati Uniti riguardanti il tifo, per i quali tifosi di MLS si possano attivare tutti insieme. Mi risponde che, secondo lei, le istanze sono più locali che nazionali: «Le leggi locali sono differenti, così come prezzi e regolamenti degli stadi, e ogni club ha il suo front-office che può essere più o meno collaborativo. Tuttavia ogni anno ci riuniamo con molte altre tifoserie nell’Independent Supporters Council, un organismo di coordinamento molto utile anche quando bisogna affrontare i problemi collettivamente».

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Sul loro sito ho letto che una coreografia da loro realizzata è detenuta dalla polizia. Le chiedo spiegazioni, aspettandomi di ascoltare storie già sentite: sequestrata perché non rispettava gli standard di sicurezza, perché non autorizzata o perché lanciava un messaggio non gradito. E invece mi coglie di sorpresa: «Il 7 luglio scorso a Dallas una persona ha ucciso cinque poliziotti che stavano facendo i volontari per proteggere dei manifestanti. La tragedia ci ha riguardato da vicino perché uno di loro era anche un collega di uno dei nostri membri. Abbiamo allora dipinto un grande stendardo in loro onore e dopo averlo esposto lo abbiamo regalato alla polizia di Dallas».

Infine, le chiedo cosa possono imparare le tifoserie europee da quelle nordamericane, e viceversa: «Noi facciamo nostri cori e i modi di fare le coreografie. Ci ispiriamo sempre ai tifosi di ogni parte del mondo, adattando sempre il tutto alla nostra cultura. Ho difficoltà a dire cosa potrebbero imparare loro da noi, perché non so come si organizzano i gruppi in Europa. Una cosa che amo delle tifoserie americane è il grande impegno sociale in numerosi campi. Noi ad esempio organizziamo spesso raccolte di materiale tecnico per bambini in difficoltà, lavoriamo nei centri sociali, diamo una mano alle fattorie urbane… Fare attività benefiche fuori dallo stadio rende davvero i gruppi delle famiglie, delle comunità in cui ognuno dipende dall’altro».

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