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Alberto César Tarantini: Corri uomo corri

Alberto César Tarantini: Corri uomo corri

La vita l’ha vista fuggire troppe volte, molte delle quali senza preavviso. Forse per questo oggi gli riesce di godersela: perché ogni volta è riuscito a correrle appresso, riacciuffandola. E mai del tutto saremo in grado di dire se è stato il suo modo di giocare ad assomigliare alla sua esistenza o quest’ultima a prendere spunto da ogni suo recupero sulla fascia sinistra, o da ogni discesa, così potente ed elegante, con la scia che sembravano lasciare i suoi ricci chiari, così voluminosi. Oggi di quelli non c’è più traccia: una zazzera grigia fatica a ricordarne l’ombra, anche se El Conejo arriccia di continuo il naso sempre alla stessa maniera di un tempo, quando un suo compagno al Boca gli affibbiò quel soprannome.

Dove comincia la sua storia? In uno dei tanti momenti in cui Alberto César Tarantini l’ha fatta ricominciare, col doloroso imbarazzo della scelta. Forse quando ha perso il primo fratello; forse quando ha visto andarsene il secondo, bambino come l’altro. Oppure quando il terzo non si è più svegliato per colpa di un’anestesia, mentre lo stavano operando per correggere un banale difetto alle orecchie? Oppure nel momento in cui ebbe il coraggio di tirare in faccia al presidente Armando, del Boca Juniors, le banconote che questi gli aveva prestato per pagare il funerale del padre, facendogli però firmare una specie di contratto che lo obbligava alla restituzione.

Dietro quella figurina riccioluta con la maglia della Selección argentina ai mondiali del 1978 e del 1982, titolare indiscutibile sul lato mancino per Luis Cesar Menotti, ci sono rinunce e moti d’orgoglio, nascosti tra i boccoli. Stagioni disputate guadagnando il minimo sindacale dell’ingaggio, quando lo status del fuoriclasse internazionale l’aveva già raggiunto, vincendo anche una Libertadores, ma con l’ostracismo sempre più soffocante da parte del presidente, che arrivò a pretendere dai presidenti degli altri club una sorta di impegno tra “gentiluomini” a non tesserare a Tarantini. Uno che poteva far gola alle grandi di tutto il mondo. E il mondo Menotti non glielo nega comunque; El Flaco non rinuncia al suo motore sulla fascia sinistra. Peraltro, entrambi pensano che i Generali siano sanguinari figli di puttana; entrambi hanno visto qualche amico sparire, senza mai aver saputo che fine abbiano fatto. Tarantini tre dei suoi li ha visti prelevare in un bar dove si trovava anche lui e qualche tempo dopo, a una serata di gala, ha avuto il coraggio di chiederlo a Videla in persona, con il rischio di farsi arrestare, con il risultato come ha riferito lui alla lettera, di farsi mandare a cagare.

Qualche tempo dopo, una volta che il dittatore scende negli spogliatoi per complimentarsi con i giocatori dell’Albiceleste, Tarantini scommette con Daniel Passarella che stringerà la mano a Videla solo dopo essersi toccato per bene i testicoli. Mille dollari, la posta in palio.

Quando il dittatore arriva davanti a lui, lo trova che si fruga per bene negli slip, però gli obiettivi sono tutti già puntati su di loro e al Generale tocca per forza allungare la mano.

Tra il mondiale vinto in casa e quello di Spagna, dove difendere il titolo, a Tarantini tocca espatriare: potrebbe raggiungere Maradona al Barcellona, ma dovrebbe sposare una spagnola per farsi naturalizzare, essendo i posti degli stranieri occupati dal Pibe e da Schuster. Pur di sfuggire all’embargo voluto dal patron del Boca, che prosegue nonostante sia diventato uno degli eroi nazionali, accetta di andare a vestire la maglia del Birmingham, in Inghilterra.

Quando riesce a tornare in patria, nell’approssimarsi della Coppa del Mondo in Spagna, lo fa per vestire la casacca del modesto Talleres di Cordoba. Gli bastano un pugno di partite per convincere i grandi club che per un terzino come lui, completo nell’interpretazione del ruolo, vale la pena violare un patto ingiusto in partenza. Torna in una grande squadra, la più impensabile di tutte, per uno svezzato dal Boca, nel Boca divenuto uomo: Tarantini veste il bianco con la banda rossa trasversale del River Plate ed è un problema che coinvolge l’ordine pubblico, quando deve tornare da avversario alla Bombonera.

Dopo il River e le vittorie festeggiate al Monumental, se ne andrà in Francia, due grandi stagioni al Bastia e una al Tolosa, per poi chiudere in Svizzera, al St. Gallen.

Quando torna in Argentina, dopo aver varcato per l’ultima volta la riga di gesso sulla fascia sinistra, nel 1989, ha troppa vita alle spalle per farsene bastare una, quella comoda che potrebbe trascorrere.

Per ogni rissa, per ogni amicizia nel mondo criminale, ogni ricovero in preda alle allucinazioni e ogni arresto sul quale i media si gettano voraci, El Conejo Tarantini ha una riga di coca per scrivere la punteggiatura.

È il fondo, apparentemente. Lui che del fondo aveva cercato sempre la linea, prima di effettuare il cross. Ma sapeva rapidamente tornare, riguadagnando ciò che aveva abbandonato. Stavolta lo fa grazie all’amore di Adriana, la nuova compagna; lo racconta ai giovani ai quali si mette a insegnare calcio, nella cittadina di Ezeiza, dalla quale era venuto via quando il Boca gli aveva aperto le braccia. Poi lo racconta anche ai telespettatori per i quali commenta le gare della Primera: sempre senza peli sulla lingua, sempre mostrando l’amore per il gioco, per la cancha, tra le poche cose a non averlo mai tradito, al contrario di tanti compagni di nazionale che gli avevano voltato le spalle.

Sopratutto, continua a raccontarlo a se stesso, ogni volta che si guarda allo specchio e che si definisce, oggi, “grato alla vita”.

I mille dollari di Passerella, per quella scommessa della stretta di mano a Videla, non li ha visti mai; allo stesso modo, suo padre mai lo vide con la maglia del nemico: – Con mio padre vivo non avrei mai potuto giocare per il River. Non me lo avrebbe permesso. Lui era del Boca nell’anima. –

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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