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Afro-Napoli United: un goal per l’integrazione in un Paese che non sa includere

Nasce nel 2009 la società dilettantistica che unisce sport, inclusione sociale, solidarietà e antirazzismo. La prima squadra è composta da ragazzi napoletani e molti ragazzi africani. Ripercorriamo storia e successi con il vicepresidente Francesco Fasano.
Lo sport da sempre rappresenta un fiore all’occhiello dell’inclusione sociale. Tramite gli sport sono nate molte storie di integrazione, di solidarietà e di amicizia. Lo sport è sinonimo di unione, di famiglia e da sempre combatte il razzismo (e quei pochi imbecilli che troppo spesso finiscono sulle pagine della cronaca). Da otto anni, in Campania, una società interpreta al meglio questi fondamenti. Parliamo di calcio, parliamo dell’Afro-Napoli United, una società dilettantistica fondata nel 2009 grazie all’idea dell’attuale presidente Antonio Gargiulo e del vicepresidente Francesco Fasano, che ci ha dato la possibilità di raccontarne la storia.

L’Afro-Napoli United nasce ufficialmente nel 2009 – ci spiega Fasano -, ma già precedentemente (a partire dal 2007 ndr) organizzavamo delle partite a 11 tra dilettanti e ci ritrovavamo tra amici per giocare a calcio una volta a settimana. L’idea di mettere su una società è nata un po’ per gioco. Tra i ragazzi che si radunavano per giocare a pallone spesso erano presenti tre ragazzi provenienti dal Senegal e un tunisino”.



Così tra partite infrasettimanali a pallone e qualche uscita in amicizia è nato il progetto dell’Afro-Napoli United. Prosegue il vicepresidente: “Abbiamo deciso anche grazie al contributo di uno dei ragazzi senegalesi di fondare una squadra che fosse aperta all’inclusione dei migranti africani e sudamericani. Volevamo dare l’opportunità a molti ragazzi provenienti da altre realtà di giocare a pallone con i ragazzi dei quartieri di Napoli. Decidemmo di partecipare ad un campionato dell’Associazione Italiana Cultura e Sport (AICS)”. Erano anni difficili per l’Afro-Napoli però: “ci mancavano risorse economiche per affrontare le spese, non avevamo strutture adeguate dove far allenamento e giocare le partite. Era una squadra autogestita e autofinanziata. Il primo anno, nel 2009, giocavamo nel quartiere di Camaldoli a Napoli. Dal secondo anno ci trasferimmo a San Giovanni a Teduccio, sempre nel napoletano”.

Ph. Anna Monaco

IL SALTO DI QUALITA’ – “Il 2013 è stato un anno molto importante e significativo. Partecipammo al campionato amatoriale dell’AICS e lo vincemmo. Partecipammo alle finali nazionali e vincemmo anche quelle. In squadra avevamo tantissimi migranti. Contemporaneamente, in quell’anno decidemmo di fare il grande passo: ci affiliammo alla Figc e partecipammo al campionato di terza categoria. Giocavamo le partite a Scampia, nel campo comunale. Purtroppo però, abbiamo dovuto fare i conti con la burocrazia; la Figc non permette – ad esempio – il tesseramento di immigrati con il permesso di soggiorno in scadenza. Per questo motivo potemmo inserire in prima squadra solo alcuni ragazzi senegalesi con i documenti in regola e italiani di seconda generazione. Questi intoppi ci hanno dato la conferma di voler proseguire con il nostro operato nei campionati amatoriali. Per la stagione 2014-15 decidemmo di trasferirci a Mugnano, dove tutt’oggi risiede la nostra società. Cogestiamo con un’altra società una scuola calcio, aperta a tutti, soprattutto ai ragazzi immigrati che cercano una realtà in cui rispecchiarsi e sentirsi accolti e benvoluti. Nelle squadre amatoriali giocano tanti ragazzi provenienti dai centri di accoglienza e da progetti di inclusione sociale attraverso lo sport (Sprar). Oggi abbiamo molti iscritti, ci occupiamo di settore giovanile e campionati dilettantistici. Abbiamo ottenuto ben tre promozioni consecutive e nella stagione 2016-2017 siamo arrivati in promozione, dove la squadra oggi è prima in classifica sotto la guida dell’esperto mister Salvatore Ambrosino” (ex calciatore del settore giovanile del Napoli, ha giocato per tanti anni in Serie B e Lega Pro ndr). Una curiosità sulla scelta del nome e del logo: “Il nome è nato nel 2009, proprio con quei ragazzi con cui giocavamo a pallone una volta a settimana. Volevamo un nome che spiegasse bene chi siamo e con chi giochiamo. La nostra è una squadra mista di ragazzi africani e napoletani, da qui nasce l’Afro-Napoli. Il logo è stato ideato da un ragazzo senegalese molto bravo a disegnare. Racchiude il continente africano, la firma di Che Guevara (diversi ragazzi sudamericani giocavano con noi a pallone), la frase di Martin Luther king Jr. “I have a dream” e l’anno di nascita della società”.

NON SOLO SPORT – L’operato dell’Afro-Napoli United va oltre il rettangolo di gioco. Ci racconta Fasano: “Siamo molto attivi anche sul territorio. Collaboriamo con centri sociali, ci occupiamo di immigrati ma anche dei ragazzi della Napoli difficile. Per noi il calcio è un mezzo che ci porta ad un fine ben chiaro e definito: “accogliere e integrare tutti”. Abbiamo anche partecipato alla campagna “We Want to play – nessuno è illegale per giocare a pallone” insieme a 40 realtà del mondo dello sport. Abbiamo presentato il testo alla Figc per richiedere l’eliminazione la norma che impedisce il tesseramento di immigrati sprovvisti di documenti o con permessi di soggiorno in scadenza. Pretendiamo il libero accesso alle discipline sportive, senza distinzione di credo, di colore o di etnia. Lo sport deve essere accessibile da tutti. Sempre per questi motivi il 25 aprile 2015 a Roma organizzammo un evento con la Liberi Nantes: una partita amichevole in occasione della festa della Liberazione dal Nazifascismo per ribadire il nostro sostegno all’inclusione e dare un calcio al razzismo”.


ITALIA FUORI DAI MONDIALI E FRASE DI SALVINI – Per concludere, un pensiero sul recente post di Matteo Salvini dopo l’eliminazione dell’Italia per mano della Svezia: “E’ una stupidaggine detta da un parassita che non perde mai l’occasione di aprire bocca per racimolare pochi voti. Se prendiamo il caso di paesi come Belgio, Germania, Francia, che hanno accolto stranieri e lavorato con le seconde generazioni per anni, notiamo che hanno attuato un’integrazione a 360° che li ha portati a dei risultati importanti nel tempo. Noi siamo in ritardo su questo discorso ma anche sull’operato della Federazione sul territorio. Abbiamo un’organizzazione federale ridicola, mancano strutture, finanziamenti.. E’ troppo limitativo (e ridicolo) puntare il dito contro gli stranieri che giocano nelle squadre dilettantistiche e Pro italiane. Con gli adeguati mezzi, se si lavora bene sui ragazzi italiani e anche sugli italiani di seconda generazione, si raccoglieranno benefici non solo nello sport, ma anche in altri campi come, ad esempio, il lavoro.”

Fonte: www.frontierenews.it

Foto: Giovanna Amore

Redazione
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