Calato il sipario alla stagione sportiva invernale che la Rai ha seguito in tutto e per tutto raccontandoci ogni singola gara sia Olimpica, che Paralimpica, il servizio pubblico è pronto ad immergersi anima e corpo nella stagione ciclistica appena iniziata. L’ennesima impresa di Tadej Pogacar nella Milano Sanremo è il degno antipasto al quale seguiranno, senza soluzione di continuità, le grandi classiche del Nord, il Giro d’Italia e il Tour de France, gare trasmesse e raccontate dal team di Raisport nel quale ha preso posto sempre più corposamente la voce di Stefano Rizzato.
Laureato in lettere frequenta tra il 2010 e il 2012 la scuola di giornalismo Walter Tobagi a Milano svolgendo due stage presso il quotidiano la Stampa e la redazione web di Sky Sport. Nel 2012 si abilita come professionista dividendosi tra collaborazioni le due testate, come web reporter di ciclismo per Sky Sport e per la stampa, dal 2011 al 2016, occupandosi di cronaca, scienze e tecnologie. Nel 2015 è inviato presso l’Expo per il quotidiano torinese e nel 2016 arriva secondo nel concorso Rai per giornalisti professionisti entrando dalla porta principale nelle case degli italiani come inviato al Giro d’Italia.
In questa edizione olimpica è stato una delle voci del curling, sport che ha raccontato con competenza e professionalità per poi tornare al suo amato ciclismo in cabina di commento.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per rivivere la sua esperienza olimpica e per condividere alcune riflessioni sul difficile momento del ciclismo azzurro.
Stefano buongiorno, partiamo dalla tua esperienza olimpica di commentatore, hai raccontato uno sport come il curling che desta ogni quattro anni curiosità e attenzione?
E’ stata un’esperienza assolutamente inaspettata, non ne avevo una conoscenza specifica pur avendo fatto l’intervistatore alle Olimpiadi Pechino al seguito di Constantini e Mosaner. Quando mi è stato proposto di sostituire Federico Calcagno, che è andato in pensione, ho cominciato da ottobre a studiare scoprendo dettagli affascinanti e storie poco conosciute, questo mi ha dato una grande spinta che ho cercato di tradurre nelle dirette cercando di proporre un racconto non del tutto convenzionale. Gli ascolti e l’entusiasmo del pubblico sono stati notevoli, abbiamo fatto oltre sessanta ore di dirette, con due ottimi commentatori al mio fianco, cercando di far passare il messaggio che il curling non è uno sport ripetitivo o bizzarro, ma ha nel suo dna un pathos e una tensione per niente banale. Mi sono divertito e spero che di curling non si torni di nuovo a parlare tra quattro anni.
Un bilancio complessivo di queste olimpiadi azzurre, trenta medaglie vanno al di là di ogni più rosea aspettativa? Quanto è stato importante averle disputate in casa?
Guarda sinceramente sono la persona meno adatta a parlare di medagliere, è la cosa che meno mi appassiona di una kermesse, non sono un gran patriota e non mi interessano i conteggi. Sono al seguito delle Olimpiadi, sia estive che invernali, da Rio 2016 e ho visto tanti atleti gareggiare, da giornalista quello che mi preme raccontare sono le storie, quelle di atleti che non hanno spesso grande visibilità mediatica. Avendo seguito in passato il pattinaggio di velocità è stato bello, per esempio, seguire la parabola olimpica di Francesca Lollobrigida che con quel suo sorriso da mamma atleta ha incantato tutti gli italiani, lei e Federica Brignone hanno regalato delle pagine incredibili allo sport italiano ed è proprio questo che mi appassiona, molto di più di un oro in più o un argento in meno.
A livello organizzativo l’Italia è stata all’altezza del compito? Queste Olimpiadi sono state uno spot e una vetrina importante per il nostro Paese?
Certamente sì, è stata un’edizione che ho vissuto, dopo Pyongchang 2018 e Pechino 2022 dove ancora aleggiava il fantasma del Covid, come un ritorno a casa in una location degna di questo nome. Una sfida organizzativa importante stravinta a mio avviso anche se le sedi spalmate in questo modo non sono il massimo, ma credo che sarà sempre così anche in futuro. Soprattutto a livello logistico questo può creare disagi a che non ha delle redazioni così importanti da poter coprire tutti gli eventi, ma per come le ho vissute io, anche se murato vivo dentro un palazzetto, credo che questa edizione sia stata un bello spot per il nostro meraviglioso Paese.
La qualità e la competenza del servizio pubblico sono state un valore aggiunto a questa kermesse, peccato che molti sport cadano, a livello mediatico, nel dimenticatoio per quattro anni. Si potrebbe e dovrebbe fare di più?
Credo che il discorso debba prescindere dai diritti televisivi legati ai grandi eventi, sappiamo che oggi la concorrenza è molto serrata e che la Rai, rispetto ad altre nazioni, copre nonostante tutto moltissime discipline. Questo è il sistema odierno, ma a mio avviso tocca anche a noi singoli telecronisti il compito di mantenere l’attenzione viva su alcuni sport meno visibili non raccontando per forza il singolo evento. Si possono raccontare storie, fare interviste, occuparsi nei notiziari di eventi di cui non abbiamo la copertura, riuscendo in qualche modo a strutturare un racconto più ampio che non si esaurisca solo al racconto olimpico. Per il curling è scattato un amore incondizionato per cui bisogna inventarsi qualcosa per non metterlo per forza in soffitta, di sicuro ci lavorerò.
Gli inizi della tua carriera, come nasce lo Stefano Rizzato giornalista? Era quello che volevi fare sin da bambino?
La passione per questa professione ce l’ho da quando andavo alle scuole medie, poi liceo classico, lettere moderne a Padova e poi la scuola di giornalismo Walter Tobagi a Milano che è stata decisiva nel mio percorso lavorativo. Nel solco degli stage fatti nella scuola mi sono trovato a collaborare sia con la Stampa che con la redazione web di Sky Sport fino al 2016, nel frattempo ho insegnato come tutor all’interno dell’Istituto uscendo con un discreto di bagaglio di esperienze. L’importanza della Tobagi sta anche nel fatto che già all’epoca c’era una visione proiettata verso una multimedialità avanguardistica, ho imparato a montare i servizi, a registrare per la radio e ha fare riprese, tutte competenze importanti vissute sul campo. Poi è arrivato il concorso in Rai che ho fatto senza grandi aspettative, sono arrivato secondo e ho cominciato la mia avventura con Raisport.
Il tuo amore per il ciclismo, uno sport in cui facciamo fatica ad emergere a livello di vertice. Problema complesso, mancano risorse ed investimenti adeguati?
Il mio amore incondizionato per questo sport è legato anche ai miei primi articoli che ho scritto su cicloweb.it per cui forse era già scritto che prima o poi sarei tornato ad occuparmene. Il problema del nostro ciclismo riguarda il sistema e prescinde il discorso della mancanza di talento, cosa che non manca al nostro Paese sia a livello di velocisti, che su pista o a livello femminile. Manca il grande interprete nei grandi Giri, quello sì, ma il problema della mancanza strutturale di team di livello è legato da un lato all’aumento vertiginoso dei costi che questo sport richiede, cosa appannaggio di Paesi Mediorientali o Multinazionali e dall’altro da un retaggio legato al doping tra fine novecento e prima decade del duemila che di fatto ha tarpato le ali a molti potenziali investitori. Non è un problema solo italiano quello della ricerca degli sponsor, ma al momento faccio fatica a vedere un nostro team World Tour nei prossimi anni.
E a livello giornalistico oggi quanto è bello raccontare le epiche gesta di Tadej Pogacar e le sue incredibili imprese? Nelle dirette fate molta fatica a trattenervi…
Quello che stiamo vivendo credo che sia un momento storico senza precedenti, gesta del genere capitano nella migliore delle ipotesi ogni settant’anni. Molti storcono il naso e si lamentano della mancanza di suspence, molte gare si chiudono a moltissimi chilometri dall’arrivo perché si sa già come andrà a finire. Obiezioni legittime che condivido, ma l’entusiasmo e la crescita di interesse che il ciclismo sta raggiungendo in questi anni è un dato oggettivo ed è dovuto a questo fuoriclasse assoluto e mediaticamente interessante in grado di coinvolgere decine di migliaia di tifosi. Tadej con le sue imprese sta scrivendo la storia, ma record sia nelle classiche che nei grandi Giri sono ancora all’ordine del giorno, riteniamoci fortunati a prescindere e godiamoci queste annate irripetibili.
L’importanza dei social e di tutti i supporti tecnologici nella comunicazione sportiva, tantissima offerta ma anche meno qualità dell’informazione?
Credo che valga proprio l’opposto perché l’aumento dell’offerta informativa grazie al web e ai social tenda a smascherare chi non è all’altezza e metta in discussione anche noi media generalisti. In rete ci sono giornalisti molto più preparati di me che devo comunicare sia con chi guarda il ciclismo mentre gira al sugo che ad un pubblico informato che ha molti strumenti informativi a disposizione rispetto a prima, questo alza ovviamente l’asticella verso l’alto elevando la qualità dell’offerta. Questi nuovi linguaggi comunicativi stanno agendo a più livelli sul modo di raccontare lo sport perché non hanno nessuna rendita di posizione e devono conquistarsi giorno dopo giorno il pane e l’attenzione di nuovi fruitori. Sono a mio avviso i media tradizionali, attualmente un po’ in fiacca, che devono accettare questa nuova sfida per stare sul pezzo adeguandosi a questo sempre più repentino cambio di passo.
Tornando al ciclismo, hai seguito da inviato sia il Giro che il Tour, due corse troppo ravvicinate che escludono spesso i big dalla Corsa Rosa. Problema difficile da risolvere?
Va bene lo stesso anche così e aggiungo che negli ultimi vent’anni il Giro è diventata una Corsa sempre più internazionale, un po’ come tutto il ciclismo, e non è mai rimasto margini del calendario ciclistico attirando sponsor e media da tutto il mondo. Non cambierei mai la data perché maggio è il suo mese e non si tocca, abbiamo visto qualche anno fa Pogacar, quest’anno tocca a Vingegaard e di campioni continueremo a vederli anche se è innegabile che non ha lo stesso pathos di un Tour che, dopo le Olimpiadi, è la corsa a tappe per eccellenza su cui ogni squadra punta al suo massimo potenziale.
Per chiudere, hai deciso cosa vuoi fare da grande? E ad un giovane, spesso sottopagato, che sogna e crede ancora in questo mestiere cosa senti di dire?
La mia massima ambizione è continuare a fare quello che faccio oggi, è un privilegio è un onore poter seguire questo sport in Rai a questo livello. Lavoro in un team di grandi professionisti in cui mi trovo perfettamente a mio agio, ho avuto un maestro molto generoso come Francesco Pancani a cui devo tantissimo sia a livello professionale che umano e davvero non avrei potuto chiedere di meglio. Ad un giovane posso solo dire che la qualità e la tenacia pagano sempre anche se le testate pagano meno. Battute a parte siamo ad un cambio generazionale in corso e servono risorse fresche che stiano al passo coi tempi, la gavetta è un buon tasso di sopportazione fanno parte del gioco e non mollare mai perché se hai questa grande passione e ci credi uno spazio alla fine lo si trova sempre.
