Il nostro viaggio a ritroso verso Parigi prosegue con le voci del servizio pubblico che hanno dato lustro a questa splendida kermesse olimpica. La qualità e la professionalità di ogni singola unità impiegata da Mamma Rai è un fiore all’occhiello e un orgoglio di cui potersi vantare, la redazione sportiva è riuscita a coprire ogni singolo evento in diretta e con commentatori tecnici di altissimo profilo. Non fa eccezione il veterano e bolzanino Stefano Bizzotto, compaesano del Professor Bragagna, che oltre ad occuparsi stabilmente di calcio, si nutre di ulteriori passioni in altre discipline sportive. Hockey su Ghiaccio, slittino, tiro al volo, tiro a segno, pattinaggio e tuffi lo hanno visto sempre in prima linea nelle dirette olimpiche, e anche quest’anno a Parigi ha commentato i tre quarti posti ottenuti dagli sfortunatissimi tuffatori azzurri. Giornalista ineccepibile dalla forte preparazione che ha saputo fungere da punto di riferimento, grazie alla sua connotazione geografica, su tutto lo scibile sportivo targato lingua tedesca iniziando sulla carta stampata locale per poi approdare, per innegabili meriti, alla porta principale del servizio pubblico televisivo. Puntuale ed impeccabile sia come telecronista che come reporter Bizzotto è uno di quei maestri della vecchia guardia di giornalismo, tutta sostanza e poca forma, che in punta di piedi ha fatto scuola divenendo un modello di compostezza e dedizione al lavoro, valori assoluti per chi approccia l’informazione sportiva in un mondo pieno di un’offerta spesso caotica e approssimativa. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per condividere le sue sensazioni sulla recente esperienza olimpica e in generale sul futuro impervio e incerto dell’attuale comunicazione sportiva.
Stefano buongiorno. Partiamo dalla recente esperienza olimpica parigina. Hai seguito i tuffi che purtroppo ci hanno regalato solo tre medaglie di legno. Esperienza umana e professionale?
Per me le Olimpiadi rappresentano in particolare i tuffi, li seguo da Atlanta 1996, uno sport che per l’Italia storicamente ha detto tanto e che ha una sua spettacolarità data dall’unione del pathos emotivo del risultato all’eleganza del gesto. Ho dei ricordi straordinari grazie a Tania Cagnotto, che ho visto crescere e raggiungere grandi risultati, ci ha regalato due medaglie straordinarie a Rio che annovero tra i miei momenti più belli vissuti a livello Olimpico. E’ indiscutibile l’universalità delle olimpiadi che racchiude un numero incredibile di discipline e di esperienze con atleti provenienti da tutto il mondo che, in un vero e proprio trionfo di democrazia sportiva, si contendono in quelle due settimane quattro anni di sacrifici. Ogni medaglia vale quanto un’altra anche per sport che non hanno regolarmente i riflettori e che vivono solo del sogno olimpico
Un bilancio complessivo del medagliere azzurro? Italia viva e vegeta in tantissime discipline, mentre nel calcio non riusciamo ad essere competitivi?
Abbiamo raggiunto le stesse medaglie di Tokyo, ma incrementando ori e argenti guadagnando ranking nel medagliere e se ci mettiamo anche il numero esponenziale di quarti posti il bilancio poteva essere ancora più positivo. Il calcio vive un momento complesso che richiederebbe un’intervista a parte, stiamo andando alla grande nelle nazionali giovanili fino all’under 20 poi ci fermiamo li perché molti di quei giocatori faticano a trovare posto nei club. È un assurdo, ma ad oggi questo è lo stato dell’arte del nostro calcio.
Bolzano, anni Ottanta. Un giovane redattore comincia a muovere i primi passi da giornalista. Era quello che avevi sempre sognato fare?
Nasco come giornalista della carta stampata, ho cominciato in Alto Adige al giornale di Bolzano iniziando a collaborare con la Gazzetta dello Sport occupandomi dello sport tedesco. Eravamo agli inizi degli anni ottanta, senza internet e cellulari, ed era quasi impossibile avere informazioni sugli sport stranieri, ma per ragioni mediatiche regionalinoi riuscivamo ad accedere alle trasmissioni sportive di lingua tedesca. Questo mi ha permesso un’acquisizione di dati spaventosa per l’epoca, poi ho conosciuto Marco Degli Innocenti, corrispondente della Gazzetta, col quale iniziai a collaborare seguendo eventi calcistici in giro per la Germania. Lui finì per seguire l’aria del Triveneto nel periodo in cui il Verona di Bagnoli vinse lo scudetto, lasciando scoperta la parte tedesca della quale mi occupavo io. Morale della favola Candidò Cannavò, direttore della Gazzetta dell’epoca mi volle a Milano dove ho passato sei anni meravigliosi e formativi. Quando approdai in Rai non avevo mai preso un microfono in mano e mi sono reinventato cronista televisivo, son passati tanti anni e la gavetta per arrivare fin qui è stata lunga e meravigliosa.
I tuoi riferimenti, i maestri che ti hanno guidato nella tua professione. Ce n’è uno, o più di uno, a cui senti di dover dire grazie?
Ti ho citato Marco Degli Innocenti perché di sicuro lui ha speso più di una parola per me, un nome che dice poco sia ai giovani che agli addetti ai lavori, ma vi garantisco che è stato un cronista pazzesco. Eravamo all’inizio degli anni ottanta senza Internet e telefoni e lui aveva una capacità incredibile nel crearsi dei contatti e reperire informazioni che oggi sarebbe di fatto impossibile. Un grazie sentito lo devo anche a Roberto Beccantini che mi prese sotto la sua ala protettiva alla Gazzetta dello Sport. Formammo insieme una micro-redazione di calcio estero insieme a Sergio Di Cesare e in tre mandammo avanti la baracca per un po’ di anni. Roberto mi ha insegnato anche un metodo basato sulla capacità di mantenere attiva una rete di contatti con tutti i Paesi esteri grazie ai quali riuscivamo spesso ad avere molte informazioni in anteprima, una delle quali è ahimè ancora viva dentro di me e riguarda la morte di Gaetano Scirea che ebbi in tempo reale dal mio corrispondente polacco dell’epoca.
Il tuo stile non urlato, basato sulla sostanza e sulla conoscenza. Un valore sempre più raro che si sta perdendo a livello di informazione, anche sportiva?
C’è molto di vero in quello che dici e ti ringrazio per i termini lusinghieri col quale mi hai tratteggiato. Il giornalismo di oggi è stato stravolto da tantissimi fattori, il web in primis che da un lato ha aiutato molto, ma dall’altro ha fatto saltare uno dei capisaldi del nostro mestiere, la verifica delle fonti e delle notizie. Lo stesso wikipedia è uno strumento a volte rischioso, è successo anche a me di prendere delle topiche quando non sono riuscito a fare una verifica incrociata a volte per mancanza di tempo. Si è smarrito anche quel rapporto personale con gli atleti, soprattutto calciatori, dovuto anche ad un’amplificazione smisurata dell’offerta di reti ed emittenti televisive che vedi sia agli eventi che alle conferenze stampa, è tutto più dispersivo e approssimativo, spesso dettato anche dalla fretta.
Il tuo libro recente, “Storia del Mondo in dodici partite di calcio”, qual è la genesi e il processo che hai seguito per strutturarlo in questo modo?
Spesso mi descrivo come un archivista prestato al giornalismo, ho sempre amato ritagliare e conservare a livello cartaceo le notizie sportive più interessanti. In questa mia maniacale attitudine mi sono imbattuto recentemente in partite di calcio che hanno segnato la storia che televisivamente parlando avrebbero detto ben poco al pubblico di oggi, allora ho cominciato a pensare che la forma scritta sarebbe stata la migliore. Mi è stato chiesto dal mio editore di cercare delle gare calcistiche, non legate per forza a un mondiale, che si siamo intrecciate con la storia con S maiuscola. Ne ho scelte dodici e sono legate a personaggi particolari che mi hanno affascinato, per farti un esempio cito un Austria Germania in cui in campo c’era Matthias Sindelar, giocatore tedesco degli anni Trenta di una classe incredibile. Morì ufficialmente a trentanove anni per le inalazioni di monossido di carbonio di una stufa difettosa, ma il suo aver criticato fortemente il nazismo a seguito dell’annessione dell’Austria fece pensare che la sua morte non fosse accidentale, ma che dietro ci sia stato lo zampino della Gestapo. Storie incredibili legate a match che a mio avviso andavano raccontati da un punto di vista connesso con la storia, mi sono molto divertito a spulciare e a trovare spunti interessanti per questo libro-racconto.
Il calcio, gioia e dolore dell’Italia, viene da due mondiali falliti e un europeo disastroso. Come siamo arrivati a questo? In Nations League segnali di ripresa?
Assolutamente ci sono segnali di ripresa, è un gruppo giovane dove credo sia Di Lorenzo l’unico over 30, abbiamo un orizzonte temporale di almeno cinque sei anni. Abbiamo disputato un ottimo girone in Nations League giocando a tratti un ottimo calcio, sono fiducioso nel medio periodo poi il problema del futuro e dei settori giovanili resta e qui entriamo in un campo minato. I vivai e gli spazi che hanno i giovani nel nostro campionato sono il nocciolo del problema per il poco coraggio dei club che prediligono spesso giocatori stranieri fatti e finiti a buon mercato e non osano, anche a rischio di sbagliare, schierare in campo i nostri ragazzi più giovani. In Italia c’è troppa fretta che è spesso cattiva consigliera, basta guardare i repentini cambi di allenatore spesso incomprensibili.
Il PNRR è una grande opportunità per impegnare risorse economiche anche nel mondo dello sport. Dove andresti ad agire e in che modalità?
Qui sfiondi una porta aperta perché da trent’anni seguo i tuffi che sono storicamente alle prese con problemi di impiantistica spaventosi, mancano piscine e palestre adeguate per gli atleti di qualunque livello. Andiamo verso un’Olimpiade invernale in casa che sarà un’ennesima cartina di tornasole sulle nostre capacità di essere all’altezza, ma anche qui siamo in ritardo nei lavori e non riusciremo a garantire il completamento degli impianti per i test di preparazione. A livello giovanile di base ricordo che ai miei tempi c’erano gli ambitissimi giochi della gioventù che oggi sono spariti del tutto, per cui latita l’attività motoria dei nostri ragazzi con tutti i problemi di salute e di mancanza di ricambio agonistico. Lo sport, se non sbaglio, è stato inserito nella Costituzione, sarebbe il caso di far seguire alle parole i fatti.
L’azienda Rai, il cosiddetto servizio pubblico. Come è cambiato nel corso degli anni il modo di seguire e raccontare i grandi eventi internazionali?
L’offerta si è ovviamente adeguata ai tempi, ricordo che prima delle Olimpiadi del 1996 di Atlanta c’era una sorte di ping pong tra un evento e l’altro in cui si investiva in anticipo sulle discipline che avrebbero dato luogo a possibili podi e così molte gare, e relative medaglie, non avevano la presenza fisica del telecronista. Da Atlanta in poi il direttore dell’epoca Eugenio De Paoli ideò un sistema che permise di avere la Rai presente in ogni disciplina con dirette corpose che ci permisero, a differenza del passato, di non perdere alcun evento in tempo reale. Credo fortemente che la Rai dia il meglio di sè in questi eventi e lo vedo anche dai riscontri che sono quasi assenti da critiche perché riusciamo, a mio avviso, ad essere capillari sulla copertura e altamente qualificati nel commento tecnico in ogni singolo sport.
Per chiudere. Cosa vuoi fare da grande? Rimanere comunque nell’area della comunicazione sportiva? E ad un giovane giornalista, che ancora ci crede, cosa senti di poter dire?
Su cosa farò da grande ho qualche debito da saldare nei confronti di mia moglie che da sempre è vedova la domenica, è oggettivamente difficile anche trovare il tempo per una vacanza per cui la mia priorità sarà sicuramente recuperare un po’ di tempo perduto con la famiglia. Ogni tanto guardo la mia libreria a casa e mi rendo conto che non mi basterebbero tre vite per leggere tutti i libri che si sono accumulati nel tempo. Quando suonerà la campanella e anche giusto mettere i libri nella cartella e abbandonare la scuola, poi vedremo il futuro cosa ci riserverà, ma il piacere di assistere ad una bella partita di calcio, di hockey o seguire una gara di tuffi quello non mancherà mai. Difficile dire qualcosa di positivo a chi si affaccia a questa professione oggi giorno, c’è una precarietà diffusa e spaventosa che non dà garanzie sul futuro per cui è complicato per un giovane avere una certa stabilità facendo questo mestiere. Un messaggio a chi ancora ci crede ed ha nonostante tutto questa grande passione però mi sento di darlo: fate esperienza, prendetevi un anno sabbatico e andate all’estero, studiate e imparate una lingua straniera e provate ad arrangiarvi da soli, questo potrebbe esservi utile nella professione, ma soprattutto nella vita. Personalmente la conoscenza del tedesco e l’occuparmi di calcio estero è stata la mia fortuna, più frecce si hanno al proprio arco e meglio è soprattutto in questi tempi così complessi è ricchi di concorrenza.
