La bellezza e l’unicità delle Olimpiadi, sia estive che invernali, è insita nella sua genetica natura quadriennale perché è il frutto di anni ed anni di preparazione che si esauriscono in quei pochi attimi che possono regalarti un posto di diritto nella Storia dello Sport, quella che leggerai sui libri. L’avvicinarsi inesorabile di Milano Cortina rispolvera quella patina, che il tempo ha scolpito, ricca di vicende umane e sportive che quel libro lo hanno scritto e alle quali gli atleti di oggi aspirano tra speranze, dubbi e incertezze. Una di queste pagine indelebili delle Olimpiadi invernali le ha scritte, di sicuro, Silvio Fauner che di medaglie se ne intende eccome, quindici in totale tra sei edizioni mondiali e quattro a cinque cerchi, regalandoci uno degli ori più incredibili della storia dello sci di fondo azzurro. Siamo nel 1994 a Lillehammer nella tana del lupo norvegese dominata da sua maestà Bjorn Dahelie, la staffetta 4×10 è alla sua ultima frazione con un testa a testa incredibile tra Silvio e Bjorn. La volata sembra il degno finale di una gara avvincente e scandita passo passo da una folla incredibile, si arriva allo sprint finale in cui sarà l’azzurro a conquistare l’oro a squadre tra l’incredulità del popolo norvegese. Pezzo di storia che ancora oggi, se rivisto, mette i brividi. Le imprese dell’oggi cinquantasettenne sappadino non finiscono qua, l’anno dopo Lillehammer ci sono i Mondiali di Thunder Bay in Canada e Fauner che voleva a tutti i costi un oro individuale decide che sia giunta l’ora di raggiungere il suo idolo Maurilio De Zolt nell’olimpo dei vincenti di una 50 km. Un’impresa straordinaria che consacra una splendida carriera nella quale le vittorie e i piazzamenti si sono susseguiti senza soluzione di continuità, risultati raggiunti sia a livello personale che con una squadra ricchissima di talenti, a partire da Vanzetta, Albarello, Di Centa, Piller Cottrer e Valbusa, che hanno regalato agli appassionati dello sci italiano pagine memorabili che speriamo di tornare a breve a rivivere. Chiusa la parabola agonistica Fauner è rimasto nel mondo dello sci di fondo come Direttore Tecnico della squadra azzurra, per poi intraprendere la carriera politica, nella sua Sappada, ricoprendo vari incarichi tra i quali l’assessorato al turismo e allo sport oltre che le mansioni di vice-sindaco.
Abbiamo avuto il grandissimo onore di incontrarlo per condividere alcune riflessioni sull’imminente kermesse di Cortina, per rivivere le fasi più significative della sua carriera proiettandoci anche sull’attuale stato dell’arte dello sci di fondo del movimento azzurro.
Silvio buongiorno, partiamo dalle vicinissime Olimpiadi di Milano-Cortina. Possibilità concrete di medaglie per lo sci di fondo azzurro, quali sono le frecce migliori nel nostro arco?
Lo spirito e il morale dovuti al fatto di gareggiare in casa sono sicuramente un valore aggiunto, non capita tutti i giorni di gareggiare in casa in un’Olimpiade. A livello di prospettive medaglie non si può eludere il fatto che, complessivamente, lo sci di fondo azzurro sta attraversando un momento difficile, gli ultimi anni hanno visto alla ribalta esclusivamente Federico Pellegrino che ha ottenuto ottimi risultati nelle gare sprint, ma non da podio sulle gare a lunga distanza. Qualcosa si sta muovendo a livello giovanile, nelle ultime due stagioni Davide Graz, per esempio, è cresciuto molto e si spera in un’ulteriore salto di qualità per poter ambire, almeno nelle gare a squadre, a quella competitività in grado di raggiungere un podio. Siamo oggettivamente degli outsider che hanno il vantaggio di correre in casa, speriamo in qualche sorpresa e nelle potenzialità di Pellegrino.
Quanto ti è mancato poter gareggiare in un’Olimpiade in casa? E quanto sarà importante il fattore pubblico per le performance dei nostri atleti?
A Torino 2006 ho smesso praticamente di gareggiare, peccato perché a parte le mie soddisfazioni da professionista chiudere la carriera con le Olimpiadi in casa sarebbe stata la ciliegina sulla torta, perché dopo l’edizione più bella e memorabile, a detta di tutti, di Lillehammer 1994 sarebbe stato meraviglioso poter gareggiare in casa davanti ai nostri tifosi. Il pubblico ha un grande impatto sia sull’aspetto meramente organizzativo e sul fronte degli incassi, mentre a livello di atleti è chiaro che avere cinquantamila persone che fanno il tifo per i nostri ragazzi è da un lato una grande responsabilità, ma dall’altro anche una spinta motivazionale incredibile.
La tua storia, come hai approcciato questo sport? Era quello che volevi fare sin da bambino?
Torniamo indietro, purtroppo per me, di tantissimi anni!! Ho cominciato a giocare con gli sci sulla neve verso i sette-otto anni e fino ai quattordici anni non è stato altro che un divertimento in cui l’aspetto ludico era l’unica vera fonte di attrazione, i risultati non contavano e visto che non ero ancora ben sviluppato le prendevo regolarmente dai miei coetanei. Poi sono cresciuto, ho cominciato a ridurre quel gap fisico e dai quindici anni in poi ho cominciato a vincere e in molti casi a stravincere attirando l’interesse di diversi centri sportivi che mi hanno avvicinato chiedendomi di tesserarmi con loro. Da lì ho capito, verso i diciassette anni, che la mia passione avrebbe potuto diventare la mia vita e dal gioco siamo passati a lavorare sul serio, la mia consapevolezza è aumentata esponenzialmente ed uno step dopo l’altro sono riuscito anche a capire che oltre l’essere competitivo c’erano anche i margini per essere un atleta vincente. Un gradino per volta, senza strafare e senza vivere questa passione, soprattutto nella prima fase, non come un obbligo performativo a tutti i costi, cosa che oggi ahimè non è così frequente tra i giovani di oggi.
Ventiquattro podi in Coppa del Mondo e quindici medaglie olimpiche e mondiali, qual è il ricordo più bello che ti porti dentro della tua carriera? E la più grande delusione?
Rimpianti assolutamente no, ho cercato sempre di essere obiettivo badando più alla prestazione indipendentemente dal risultato. Ci son dei secondi o terzi posti che ho vissuto non come una sconfitta, ma con quella serenità dovuta al fatto che in quella circostanza avevo dato il massimo, poi è chiaro che si gareggia per vincere e le vittorie danno sempre un’enorme soddisfazione. Un ricordo sia bello che brutto è legato alla figura di mio fratello Aldo, di tre anni più grande di me, che ha fatto la mia stessa carriera qualificandosi per le Olimpiadi di Albertville del 1992. Avendo un problema cronico di aritmia, che ha sempre tenuto sotto controllo, si è trovato inspiegabilmente escluso dal Coni per quella kermesse, una non idoneità che lo ha costretto, senza motivo, a dare forfait. Due anni dopo Aldo è diventato il mio tecnico di riferimento e al mondiale di Thunder Bay del 1995, in Canada, ho cominciato con un sesto posto, un quinto posto, poi un quarto e un secondo posto fino ad arrivare alla gara finale di 50km in cui mancava solo l’oro. Si partiva non in linea, ma a cronometro, si andava a tutta e al quarantasettesimo chilometro sono passato in testa e ricordo Aldo correre in lacrime di fianco a me per l’ultimo rifornimento mentre mi diceva “è tua è tua, non fartela scappare….”. Ho vinto quella gara anche per lui, è stato bellissimo. Un altro ricordo spiacevole è legato alla nostra lontananza da casa, spesso si andava in Scandinavia per preparare la stagione ad inizio autunno anche per un mese e mezzo. Nel 1994 tornai a casa per rivedere mio figlio di un anno e lui alla mia vista si è girato dall’altra parte mettendosi a piangere, brutta, bruttissima sensazione anche perché all’epoca non c’erano né internet nè smartphone.
Sei stato Direttore Tecnico Federale per diversi anni, c’è un problema oggettivo di ricambio generazionale anche nello sci di fondo? Mancanza di attitudine al sacrificio delle nuove generazioni o sto esagerando?
Sicuramente negli sport di montagna si fa più fatica, noi della nostra generazione avevamo certamente più fame di risultati, volevamo emergere anche per un discorso sociale ed economico e questo dava grandissime motivazioni. Sono nato, e ne sono fiero, in una famiglia di contadini per cui per me intraprendere questa carriera è stato anche un modo per uscire da una vita già segnata e di sicuro non privilegiata. Oggi è innegabile che i ragazzi hanno la pancia più piena di quanto l’avevamo noi, molti accettano il compitino e si accontentano di questo, ma la colpa non è solamente loro, sarebbe sbagliato puntare il dito generalizzando contro questa generazione. E’ cambiata la società e la colpa è anche di noi genitori perché li abbiamo abituati ad avere tutto senza porci degli interrogativi su come educarli e crescerli correttamente, siamo corresponsabili di questo status quo e delle domande dovremmo farcele anche noi.
La grande tradizione di Sappada nello sci di fondo, solo un caso o c’è una motivazione specifica?
A questa domanda rispondo sempre con una battuta, sarà di sicuro il beneficio di avere vicino l’acqua del Piave. Scherzi a parte Sappada è un comune di 1.300 abitanti con 10 medaglie olimpiche e 27 medaglie mondiali, un record assoluto sei fai la proporzione tra abitanti e risultati. Avremo tanti difetti, ma se metti insieme un altissimo livello di associazionismo sportivo, società che lavorano al mille per mille con tecnici validi e capaci in grado di coinvolgere le giovani leve, per esempio un’associazione come quelle dei Camosci che, tra fondo e biathlon, ha un bacino di utenza di oltre ottanta ragazzini, ottieni sia quantitativamente che qualitativamente un livello medio molto, molto alto. Questo si ripercuote ovviamente, come è successo a noi, su una competizione livellata verso l’alto che riguarda varie discipline, non solo nel fondo, dallo sci alpino, al biathlon allo snowboard. Un lavoro che nasce da lontano, non per vantarci ma da questo punto di vista siamo all’avanguardia.
Il fortissimo legame con la tua comunità, è questo che ti ha spinto ad intraprendere la carriera politica? E’ più facile allenarsi e sciare o amministrare le problematiche di un comune?
Nella mia vita ho attraversato essenzialmente due fasi cruciali, quella da atleta in cui ho avuto uno staff al mio servizio a completa disposizione, poi sono passato a fare il Direttore Tecnico con discreti risultati e il record di podi ottenuti in Coppa del Mondo, parliamo di ventotto podi contro i tre o quattro di adesso. In questa seconda fase sono io che mi sono messo al servizio dei ragazzi e, quando il mio comune, mi ha chiesto se fossi stato disponibile per una candidatura al Municipio per supportare il Sindaco di allora ho accettato anche per quel senso di gratitudine e di spirito di servizio verso la mia gente. Da atleta sono stato fortunatissimo ad essere profeta in patria, cosa non scontata, e quest’affetto della comunità sappadina, che credimi mi ha seguito dappertutto, andava in qualche modo ricambiato ed onorato.
Il doping e la sicurezza, due temi sempre attuali e da non sottovalutare mai. Come siamo messi in entrambe i settori? E’ stato fatto abbastanza o c’è ancora tanto lavoro da compiere?
Per nostra fortuna la sicurezza nello sci di fondo non è mai stata un problema, le pendenze e la velocità sono limitate e non ricordo nessun episodio di particolare gravità, cosa ben diversa nello sci alpino che purtroppo una componente di rischio ce l’ha. Discorso difficile da affrontare e non credo esista una soluzione o una ricetta definitiva, mentre per quanto riguarda il doping lo sci di fondo ha combattuto contro questa piaga all’inizio degli anni Duemila colpendo nazioni come la Finlandia, la Russia, Austria o atleti del livello di Muhlegg che alle Olimpiadi di Salt Lake City si aggiudicò ben tre ori che poco dopo gli furono tolti per uso di darbepoetina. Momento buio che si è tentato di risolvere aumentando il livello e il coordinamento dei controlli sia a livello nazionale che internazionale, i positivi sono calati anche se è impossibile, nonostante il giro di vite di questi ultimi anni, ipotizzare che il fenomeno doping possa essere definitivamente risolto.
L’importanza dei Corpi Militari per la carriera di un atleta di vertice. Quanto è stato importante per te appartenere all’Arma dei Carabinieri?
Assolutamente sì, soprattutto in alcune discipline che non hanno un grande ritorno economico, come lo sci di fondo, appartenere ad un Corpo Militare è sicuramente un enorme vantaggio per diversi motivi. Prima perché ti permette di poterti concentrare sul tuo lavoro senza stress e senza essere costretti a dividersi tra gli intensi allenamenti che un atleta di vertice deve fare e un lavoro alternativo. Questa tranquillità è fondamentale per ogni sportivo, sono orgoglioso di essere appartenuto all’Arma dei Carabinieri che ho cercato di onorare fino all’ultimo giorno di servizio. Avere questo privilegio deve essere però anche uno stimolo positivo e non una rendita di posizione, accontentarsi del posto fisso senza fare del proprio meglio è francamente deleterio e poco dignitoso.
Per chiudere, hai deciso cosa vuoi fare da grande? C’è qualcosa che bolle in pentola a cui vorresti dedicarti in futuro?
Innanzitutto ho raggiunto da due anni la pensione dopo quarant’anni nell’Arma, ho diverse idee che mi frullano per la testa, ma ovviamente in questa fase l’impegno per la mia comunità assorbe molto del mio tempo. Dopo i tre anni di mandato residui tirerò le somme, ma senza stressarmi più di tanto concentrandomi giorno per giorno sui miei impegni godendomi anche le piccole gioie della vita. Tra un po’ diventerò nonno di quel bambino che circa trent’anni anni fa si è messo a piangere per cui tra Olimpiadi e vita privata sarà un 2026 tutto da vivere, la speranza è che l’Italia della neve possa renderlo ancora più piacevole a suon di medaglie.
