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Novembre 20, 2025

A tu per tu con Serse Cosmi, tra var, fondi stranieri e bomber in letargo

Mai scontato. Un tono di voce che irrompe e lascia il segno, un volto che buca il video. Mister Serse Cosmi – oggi commentatore e opinionista sportivo – negli anni si è rivelato un istrione della panchina cambiando ruolo a calciatori che come in un effetto crisalide sono poi diventati campioni (in un caso anche del mondo). Fabio Liverani e Fabio Grosso: entrambi nati calcisticamente come trequartisti che Cosmi ha messo a ricoprire i ruoli l’uno di regista e l’altro di terzino sinistro diventato protagonista nei mondiali di calcio vinti dall’Italia nel 2006.

Serse Cosmi è anche quello che, nel Perugia delle meraviglie di Gaucci, riusciva a raggiungere salvezze incredibili disponendo in campo giocatori provenienti dai Dilettanti. Altro che fair play finanziario che attanaglia le squadre di oggi. Tra una trasferta – non più per giocare partite –  e l’altra – oggi Serse Cosmi è ospite di Gioco Pulito.

Il Var ha eliminato molti errori e portato più equità nel calcio, ma dal suo punto di vista lo ha reso migliore?

Sicuramente ha portato più equità nel calcio e come per tutte le cose gestite umanamente può essere migliorato, senza dubbi. Ci sono ancora delle regole, delle norme, in parte incomprensibili o che variano troppo spesso. Ma che il Var abbia portato equità non ci sono dubbi.

11 squadre su 20 di Serie A appartengono a proprietà straniere. In Italia sono finiti i soldi oppure il calcio non è più un investimento attraente per patrimoni nazionali?

Credo un po’ entrambe le cose: non c’è più volontà di investire in maniera patrimoniale sul calcio perché si è visto nel tempo che è sempre più scomparso il senso affettivo da parte delle proprietà nei confronti delle squadre e l’aspetto economico ha avuto dunque il sopravvento su tutto. Tanti rovesci economici di diversi presidenti hanno portato a far capire come il calcio sia, tranne in rarissimi casi, difficilmente un business. Lo è per i fondi stranieri che investono esclusivamente per quello e hanno meno a che fare con l’aspetto affettivo, specifico della città in cui sei proprietario, e il rapporto con i tifosi. Per loro contano solo i risultati e dunque il business.

Lei per primo ha coniato la definizione di “distruzione dal basso” riferendosi alle squadre che vogliono palleggiare nella propria area del portiere. Una nuova “moda”, secondo lei quanto durerà?

La mia era stata un battuta al termine della partita Napoli-Crotone dove la nostra squadra aveva cercato in alcuni momenti della gara di costruire dal basso, ma non avendo le capacità tecniche per poterlo fare, più di una costruzione diventava una vera distruzione: non c’era possibilità di poter sviluppare la manovra già dal basso. Un problema di tanti per un periodo, perché è un trend che sta già finendo e sono rimaste solo alcune squadre che lo propongono in maniera integralista, le altre hanno fatto modifiche importanti in base a questo concetto di costruzione. Però molti allenatori per sentirsi dentro a qualcosa di nuovo lo facevano a prescindere. Questo è uno degli errori che noi allenatori facciamo: quello di interpretare le cose di altri grandi allenatori cercando di farle nostre in maniera integrale senza invece considerare i limiti di un altro e diverso contesto. Come peraltro accaduto anche per altre situazioni.

In questo momento in serie A si segna poco: le squadre italiane sono diventate ancora più brave a difendere oppure scarseggiano talenti che fanno la differenza in avanti?

Io credo un po’ tutte e due: i bomber sono un po’ in letargo in questo campionato; anche gente come Lautaro abituato a fare tanti goal in campionato, quest’anno ha avuto un avvio un pochino più soft rispetto ad altre stagioni e anche altri bomber – o presunti tali – non riescono ad esprimere continuità realizzativa. Sono aumentati magari i goal dei centrocampisti anche perché notiamo che c’è una tendenza a giocare con un solo attaccante e tanti incursori, esterni o centrocampisti quindi diventa un pochino più complicato. 

Le difese? No, non difendono meglio perché se subiscono dei goal è talvolta per atteggiamenti proprio specifici di inconsapevolezza di quello che veramente – in alcuni momenti – sta accadendo in campo, in altri casi proprio per errori tattici individuali e di reparto anche abbastanza clamorosi per la massima serie. E credo che sia più preoccupante la seconda di queste due cose. Per cui ritengo che ci sembra di difendere meglio, ma in realtà è che tanti attaccanti non fanno goal.