Il continuo e incessante ricambio generazionale è un fenomeno trasversale che sta riguardando tutto il sistema Italia, la società e il mondo del lavoro sono ad un bivio storico che interessa diverse realtà, anche quella della comunicazione sportiva. Un mondo in continua mutazione genetica e antropologica, tra vecchie totemiche figure, munite di carta e penna, e generazioni 2.0 farcite di social e di info che viaggiano alla velocità della luce. In questo ineludibile spartiacque ci sono grandi professionisti che con il loro carisma e la loro capacità organizzativa hanno fatto la storia di questo mestiere, il più bello del mondo, traghettando con la loro competenza e il loro esempio le giovani generazioni. Una di queste è senz’altro Iacopo Volpi che si sta godendo la meritata pensione dopo oltre quarant’anni di onorato servizio pubblico.
Entrato in Rai nel 1980 è stato da subito dirottato verso le Testata Giornalistica Sportiva che ha attraversato in lungo e in largo partendo, tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta, dal volley di cui fu inviato, cantore e cronista. Le sue capacità comunicative e dialettiche non passano inosservate, Iacopo è in grado di ricoprire più ruoli sia da front man che a livello redazionale. La conduzione della Domenica sportiva, con annesso incarico di capo-redattore della sezione calcistica a fine novanta ridisegnano la mappa della Tgs, dal 2003 arriverà anche la vice direzione che durerà fino al 2016. In mezzo ci saranno svariati mondiali calcistici e kermesse olimpiche che Mamma Rai seguirà sempre in prima persona affidandogli, da studio, il timone delle varie spedizioni. Un pezzo da novanta, una vera garanzia di continuità in una redazione che ultimamente sta vivendo un fisiologico ricambio generazionale con relative annesse tensioni, Iacopo chiuderà in bellezza la sua carriera giornalistica come Direttore di Raisport, incarico che svolgerà da maggio 2023 fino alla fine dello scorso anno.
Abbiamo avuto l’enorme piacere di incontrarlo per riavvolgere il nastro della sua storia lavorativa e per capire quali sono le nuove traiettorie del mondo della comunicazione sportiva.
Iacopo Buongiorno, dall’inizio di quest’anno è scattata la pensione. Bilancio umano e professionale di questo lunghissimo percorso in Rai? Com’è fare il pensionato?
Premesso che io mi sono sempre divertito a lavorare e dopo quarantaquattro anni in cui mi svegliavo, facevo la doccia e andavo in Rai devo dire che fa un po’ strano. Avevo ventitrè anni quando approdai in Rai, entrai in una stanza in cui c’erano Tito Stagno, Sandro Petrucci, Fabrizio Maffei, Giampiero Galeazzi, Paolo Rosi e Alfredo Pigna, sembrava di stare al Luna Park per uno che sognava di fare questo mestiere. Davo il tormento al mare, al Circeo, a Paolo Rosi e lui mi promise che quando sarei diventato pubblicista mi avrebbe portato da Tito Stagno che all’epoca era a capo della sezione sportiva. Sembra ieri, ma come ti ho detto prima per me lavorare in Rai è stato un grande piacere, quando ami profondamente il tuo lavoro lo fai con passione e dedizione senza che ti pesi in alcun modo. Però è anche giusto dopo tanti anni lasciare spazio alle nuove generazioni, in questa mia nuova fase è importante avere equilibrio e darsi comunque da fare, cosa che sto facendo tra moderazioni e collaborazioni, altrimenti diventa un macello.
La redazione di Raisport, che hai diretto fino al tuo ultimo giorno di lavoro, appare all’esterno in questi ultimi anni un po’ tribolata. Che situazione hai lasciato e quali sono i punti di forza e le criticità di Raisport?
Non per vantarmi, ma ho lasciato delle trasmissioni che andavano bene, a cominciare dalla Domenica Sportiva che andava riassestata, ho rilanciato Marco Mazzocchi col Novantesimo Minuto del lunedì mentre quella del sabato, condotta da Alberto Rimedio lotta contro la De Filippi e Ballando con le Stelle per cui rimane un po’ di nicchia. Ho ricreato, grazie all’enorme fiducia ricevuta, un’atmosfera pacificata prendendo come è giusto che fosse le mie decisioni. Ho sempre lavorato con la porta aperta dodici ore al giorno come un vero negoziante, cercando di risolvere i problemi piccoli e medi, e talvolta anche quelli più importanti. Abbiamo, a mio avviso, gestito bene i grandi eventi partendo da Parigi, sono molto contento per il lavoro fatto anche alle Paralimpiadi mandandole in onda su Raidue con ottimi dati di ascolto e anche sugli Europei di calcio abbiamo fatto squadra coprendo l’evento, nonostante le difficoltà dell’Italia, con grande professionalità.
Come ha iniziato, com’è nata la tua carriera? Fare il giornalista era quello che avevi sempre sognato da ragazzo?
La molla iniziale è di sicuro legata alla mia grande passione per la scrittura e per lo sport che ho praticato giocando a livello agonistico a volley. All’epoca c’erano le riviste di settore, un dirigente della squadra di volley dove giocavo mi portò al Corriere Laziale, da li le mie domeniche erano suddivise tra la partita giocata la mattina, la Roma da tifoso in Curva Sud per poi filare dritto a via Prenestina a impaginare il Corriere, scrivevo ovviamente di pallavolo più qualcosa sul calcio. Stesso discorso con Fuori Campo, diretto da Renato Bianda che ha lavorato anche per Raisport, un settimanale fatto molto bene che mi ha portato nel 1978 durante i mondiali di Volley a entrare in contatto con Antonio Cannizzaro che mi portò al Tempo di Roma in cui c’era, allo sport, il grande Peppe Presutti. Scrissi un articolo e da lì in poi sono rimasto con loro seguendo anche il calcio e lo scudetto della Roma fino al 1984 collaborando anche, nel frattempo, con Tuttosport diretto di Giampaolo Ormezzano. E poi l’approdo in Rai con tutto quello che è venuto dopo, ho lasciato la carta stampata passando nella redazione sportiva del servizio pubblico.
Il mondo della comunicazione sportiva che hai attraversato in lungo e in largo. In che modo è cambiato con l’avvento del web? Tantissima offerta e bassa qualità media?
E’ evidente che l’avvento dei social ha sparigliato le carte da gioco, ti danno un’informazione diversa alla quale io non mi sono mai, forse sbagliando, adeguato non essendo iscritto a nessuna pagina social. Quando andavo a Trigoria da inviato si incontravano i giocatori e si chiedeva un’intervista, quello che ne usciva fuori era la voce diretta dei protagonisti senza ne filtri ne condivisioni. Adesso hai un’effimera immediatezza, soprattutto nel calcio le società, che hanno paura delle fake dei social, blindano i giocatori concedendoli alla stampa col contagocce privandoci, erroneamente, di quei momenti di scambio proprio per evitare il chiacchiericcio dovuto al proliferare di un numero spropositato di testate. Negli altri sport è abbastanza diverso, c’è ancora quello scambio umano basato sulla fiducia reciproca che è, e deve essere, il motore di chi fa professionalmente il giornalista sportivo.
Il tuo amato volley che ci hai raccontato ai tempi della Generazione di Fenomeni, da te coniata. Perchè a tuo avviso riusciamo ciclicamente ad essere così vincenti? Somma di coincidenze o c’è un progetto tecnico dietro che ci porta costantemente a questi risultati di vertice?
Sicuramente la parte tecnica di cui si avvale la Federazione è di altissimo livello, la base è molto solida e molto bene organizzata a livello locale con i comitati sia provinciali che regionali, i ragazzi e le ragazze si divertono a praticarlo cominciando dalle scuole, e magari anche l’assenza di contatto è un motivo in più che spinge i genitori a scegliere questa disciplina. Possono crescere ancora di più a livello di marketing e comunicazione, ma dal punto di vista di scelte tecniche e strategiche sono all’avanguardia, a questo aggiungerei un ambiente molto sano e un pubblico civile e corretto. E’ uno sport che ho amato, praticato, commentato, dirigendo anche una rivista di settore per quattro anni e al quale sono stato, sono e sarò sempre particolarmente affezionato.
Hai vissuto centinaia di eventi a bordo campo e in studio, c’è un aneddoto o un ricordo che ti porti dentro più degli altri e al quale ogni tanto ripensi? E una delusione che non sei mai risuscito a mandar giù?
Partirei da un ricordo lontano e indelebile, quando lavoravo al Tempo e seguii lo scudetto della Roma del 1983, ricordo un mio articolo su Inter Roma che scrissi cercandolo sulle pagine del giornale, non lo trovavo perché era finito in prima pagina, grandissima emozione. Altro ricordo legato alla Rai, il primo pezzo che curai per il tg delle 20 che celebrava la vittoria di Lucchinelli nel mondiale di Moto Gp e un altro bellissimo ricordo è legato agli anni in cui seguivo la Samp di Vialli e Mancini, l’anno dello scudetto fu davvero un evento straordinario e io mi trovai a bordo campo a raccontarlo in presa diretta. Un momento triste a livello sportivo fu la sconfitta dell’Italvolley in finale ad Atlanta 1996 contro l’Olanda, mentre a livello personale fu un Genoa Milan quando, da inviato, dovetti raccontare la morte di un ragazzo, Vincenzo Spagnolo, in un silenzio agghiacciante in cui rimasi da solo come inviato per la radio e la tv trasformandomi da cronista sportivo a cronista di nera.
L’avvento ineludibile e furibondo dell’A.I. E’ questo che ci aspetta nel mondo dell’informazione? Vantaggi e aspetti negativi?
L’ho affrontata in quest’ultima fase e a me sembra un Internet aggiornato, spesso sbaglia e la cosa che mi fa un po’ paura è che viene usata per falsificare, anche un’intervista come questa, e tutti ci crederebbero e prima che io riesca a dimostrare il contrario farei una fatica bestiale. Può essere utile per costruire anche dei servizi, ma non può e non deve mai sostituire l’utilizzo del cervello per cui come tutti gli strumenti tecnologici, compresi i social, è l’utilizzo che viene fatto che a me non convince del tutto. Ancora non abbiamo imparato ad usarla per le sue finalità migliori, l’uso distorto può essere molto pericoloso e creare danni e storture a tutto il mondo dell’informazione, sport compreso.
L’avvento delle miliardarie Pay Tv e la caccia ai diritti su calcio, tennis e formula uno ha tolto degli spazi alla Rai che non può competere a questi livelli. Questa è stata ed è ancora una grande opportunità per il servizio pubblico per dare spazio a tante discipline che non hanno altrettanta visibilità?
Alla Rai con le risorse che ha a disposizione da questo punto di vista si può dire ben poco, in quest’anno e mezzo in cui sono stato Direttore sono riuscito, per esempio, a ricomprare il Sei Nazioni sacrificando la Davis che abbiamo quest’anno ricomprato. E’ chiaro che prima era tutto più semplice, avevamo la Formula Uno, la Champions con una partita in chiaro poi sono arrivate le pay tv, i diritti sono schizzati e a questi livelli il servizio pubblico non può competere. Abbiamo comunque il volley, lo sci, tutti i grandi eventi di nuoto, atletica, scherma e potrei andare avanti senza contare le Olimpiadi e la Paralimpiadi, francamente coi tempi che corrono oggi possiamo essere più che soddisfatti. Un rimpianto che mi porto dentro è quello di non essere riuscito a creare un canale H24 con uno studio sempre aperto con news e aggiornamenti continui, ma lì il problema sarebbe stato la mancanza di personale. Questo è una delle criticità odierne dell’azienda, pochi concorsi e poco ricambio generazionale che si ripercuote anche nei palinsesti sportivi.
Le recenti kermesse internazionali, a cominciare da Parigi 2024, vedono l’Italia sugli scudi con ottimi risultati e diverse medaglie, siamo in un buon momento globale. Frutto di buone programmazioni e tanto lavoro? E la crisi irreversibile del calcio? Come siamo arrivati a questo?
Assolutamente vero, dati e risultati alla mano l’italia è un ottimo stato di salute sportivo globale, l’unica vera pecca è il calcio che da troppi anni è il nostro grande buco nero. Da Gravina mi sarei aspettato, dopo il doppio fallimento mondiale, la riforma dei campionati con la riduzione a sedici squadre perchè oggettivamente parlando ci sono delle partite oggi che non sono a livello della massima serie. Quando ho seguito l’Italia di Sacchi ad Usa 1994, la Nazionale ha avuto quaranta giorni a disposizione per prepararsi adeguatamente a quel Mondiale per cui avere oggi cento squadre professionistiche è semplicemente ridicolo e anacronistico. Poi le scuole calcio vanno gestite non per creare solo degli atleti scartando i meno dotati fisicamente in una sorta di assurda selezione naturale, va rivisto dal basso il movimento di base e al vertice vanno ridotte le partite giocate, altrimenti non se ne esce.
Per chiudere vorrei sapere cosa vorrai fare da grande, magari mettere a disposizione la tua enorme esperienza al servizio dei giovani? E ad uno di questi ragazzi che sogna di diventare giornalista, ma che si scontra con la dura realtà, cosa ti sentii di dire?
Ad oggi mi chiamano per delle lezioni o dei corsi a vari livelli dirigenziali e partecipo molto volentieri ai simposi tra colleghi mantenendomi attivo sul campo. I giovani hanno bisogno di fare pratica ed esperienza da soli sbattendoci spesso le corna come capitava a noi. Nessuno può insegnarti questo mestiere, è un qualcosa che devi avere dentro e poi bisogna anche saper rubare con gli occhi, io ho avuto la fortuna di avere dei mostri sacri che mi hanno insegnato tanto. Dì mio ci ho messo la passione, tanto studio e la spasmodica curiosità del voler sapere che non può mancare ad un giornalista di professione. Da grande mi piacerebbe fare una trasmissione come la Domenica Sportiva da un’altra parte, non potendola più fare in Rai, e poi magari un libro, ma vedo che lo scrivono tutti, sul dietro le quinte di questo mio lungo viaggio. Vedremo…
