Lo splendido risultato ottenuto dall’Italia alle Olimpiadi di Parigi, con tanto di cerimonia trionfale al Quirinale, inorgoglisce una nazione intera che, oggettivamente parlando, sta diventando sempre meno calcio-centrica. I risultati di Tokyo ci possono anche stare, gli exploit dell’atletica con ben cinque ori su dieci totali sono li a dimostrarcelo. Ripetersi è sempre più difficile, raggiungere quelle quaranta medaglie del 2021 era francamente impresa complessa, ma l’Italia è riuscita a ripetersi, incrementando però di due ori e tre argenti la distribuzione totale delle medaglie. Questi i dati inconfutabili di una spedizione olimpica di altissimo livello, ma queste bellissime emozioni che noi tutti abbiamo condiviso sono anche il frutto di un lavoro di squadra, targato Mamma RAI. Un team vincente e consolidato di altissime professionalità tra le quali spicca di sicuro, l’inossidabile Franco Bragagna. Giunto alla sua nona Olimpiade, è la voce narrante per antonomasia dell’atletica azzurra, il decano per eccellenza che riesce a farci vivere, con la sua ineccepibile competenza, le gare in pista con uno stile unico nel suo genere. Un maestro e un grande professionista che non ama per nulla apparire, un oggetto di culto con tanto di Fanclub fatto di sostanza ed enciclopedica preparazione, un tangibile esempio per tutti noi giornalisti. Abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistarlo per condividere alcune riflessioni sulle ultime olimpiadi e sullo stato di salute dello sport e del giornalismo italiano.
Franco buongiorno. Partirei ovviamente da Parigi 2024 in cui venivamo dall’exploit dell’atletica a Tokyo. Bilancio complessivo dell’atletica azzurra a Parigi?
Sinceramente mi aspettavo qualcosa di meglio anche se alcuni episodi ci hanno penalizzato, penso alla marcia, al peso di Fabbri e alla mancata qualificazione di Simonelli sui 110 ostacoli. Venivamo dai trionfali europei di Roma che possono essere stati in un certo senso controproducenti per gli azzurri che si sono dovuti confrontare in poco tempo con due eventi di livello differente. Peccato davvero per la Palmisano che si è beccato il Covid e per Massimo Stano che si è infortunato durante la stagione. Il presidente della Federazione, che non ha affatto la mia massima stima, aveva parlato di ben otto medaglie e, da politico qual è, avrebbe fatto meglio a volare più basso evitando una delle sue non infrequenti gaffes.
Allargando il raggio a tutte le discipline olimpiche, siamo riusciti a raggiungere lo stesso le quaranta medaglie, ma con due ori e tre argenti in più. Sintomo evidente della salute dello sport italiano, o una serie di contingenze e di casualità positive?
Su grandi numeri come questi, perché quaranta medaglie lo sono, contingenze possibili si, ma casualità mai. E’ chiaro che le medaglie non sono tutte uguali, ci sono quelle più pregiate e quelle che lo sono di meno, a Tokyo l’atletica aveva ottenuto cinque ori pesantissimi mentre scherma e nuoto, le nostre casseforti, pur portando un discreto bottino non avevano contribuito con il metallo più pregiato. A Parigi abbiamo assistito ad ori millimetrici come quelli al centesimo di Martinenghi e al quarto posto della Pilato per un centesimo, questi si possono essere fattori casuali, ma complessivamente mi sento di dire che il movimento italiano, in toto, è ben organizzato e i risultati lo dimostrano.
La tua carriera. Come nasce il Franco Bragagna giornalista sportivo? Era quello che volevi fare da piccolo?
Arrivare a questo livello è dovuto ad una serie di porte girevoli nelle quali sono entrato per contingenze della vita con quel sano pizzico di fortuna. Io nella vita avrei voluto fare tante cose legate al giornalismo e se avessi potuto scegliere avrei di sicuro voluto fare il cronista dell’atletica. Sono partito da lontano, ho provato a fare sport con discreti risultati, mi sarebbe piaciuto allenare poi per situazioni varie di provincia mi sono occupato prima di radio, di carta stampata a livello locale occupandomi di tutto quello che c’era da fare in tempi rapidi. Poi quelle serie di porte girevoli che si sono presentate mi hanno aperto la strada verso la Rai e l’incontro al momento giusto, con le persone giuste ha dato il là alla mia carriera di cronista sportivo.
Il tuo modo di proporti predilige di gran lunga la sostanza alla forma. Non sei uno che vuole a tutti i costi apparire o rubare la scena, è proprio per questo che sei un unicum iconico del giornalismo di massa?
Hai centrato in pieno il mio modo di essere, non voglio essere a tutti i costi il protagonista soprattutto in tv dove vige questa spasmodica mania dell’apparire. Adoro poter essere voce narrante non mi interessa essere volto, non bisogna essere alla mercè dell’essere per forza visibili a discapito della notizia e dell’informazione in generale. Il resto son solo inutili, e spesso dannosi, orpelli.
Hai girato in lungo e in largo seguendo tantissimi eventi internazionali. C’è un ricordo o un momento particolare che porti sempre dentro di te?
Mi viene in mente la prima medaglia che commentai, io tendenzialmente non amo identificare o personalizzare il tifo, non esiste per me la locuzione i Nostri Azzurri, ma esistono gli Azzurri, punto e basta. Non passi per freddezza, ma noi ci identifichiamo con loro dandogli il giusto spazio raccontandone la loro storia e degli aneddoti che li riguardano. Fatta questa premessa io mi emoziono ancora quando penso al bronzo di Bruno Rossetti di Barcellona 1992, la mia prima Olimpiade, una medaglia per molti insignificante ma che ebbe per me un fascino indescrivibile. Poi di momenti o situazioni ce ne sono centinaia, migliaia anche legate a fatti divertenti o esilaranti extra-sportivi, ho la fortuna di fare questo bellissimo mestiere, il più bello del mondo, che mi ha arricchito enormemente sotto tutti i punti di vista.
Il tuo rapporto ultratrentennale con la Rai. Un’azienda al passo sui grandi eventi e che ha sempre saputo supportarti?
Credo che la svolta aziendale targata Grandi Eventi ci sia stata con un salto di qualità brutale ad Atlanta 1996, la prima Olimpiade trasmessa in toto dalla Rai. Prima di allora gli studi erano a Roma dove arrivavano le singole trasmissioni di ogni evento che venivano montate e mandate in onda senza alcuna presenza sul posto degli inviati. Ora si da per scontato avere tutte le attrezzature sul posto dell’evento con i giornalisti che condividono in prima persona con gli atleti l’evento sportivo, ma all’epoca questa idea innovativa fu di Marino Bartoletti, direttore dell’allora Tgs. Poi come è giusto che sia ci possono essere state delle criticità interne ad alcune scelte dell’azienda sul chi o sul come, ma questo fa parte della normale dialettica del servizio pubblico su cui vige giustamente la democrazia e il rispetto delle regole.
Punti di forza e mali endemici dello sport italiano. Se avessi a disposizione i fondi del PNRR, in che modo li investiresti?
Io partirei indiscutibilmente dal Sud del Paese, è qui che bisogna riuscire a spianare il divario storico che esiste, purtroppo non solo nello sport. In queste realtà del Mezzogiorno la pratica sportiva aiuta la persona a migliorare, a crescere e a darsi una corretta disciplina di vita. A questo aggiungerei la scuola, che sia ben collegata ad impianti sportivi sul territorio, si stanno sviluppando pian pianino i Licei Sportivi ed è quella una direzione giusta da intraprendere. Si può essere atleti e studenti, dare già alle superiori un imprinting di questo tipo, tipo College americano, sarebbe auspicabile e propedeutico per chi ha voglia di fare attività motoria senza costringere le famiglie a scorrazzare a destra e sinistra i propri figli. Poi non dimentichiamoci il discorso gravissimo legato alla salute e all’obesità giovanile, dati alla mano l’Italia non è messa proprio benissimo.
La tua altra innata passione sportiva, lo sci di fondo. Da dove nasce e come mai non ti sei dirottato sul più appetibile sci alpino?
Geneticamente ho sempre un piacere nel veder crescere i deboli, sono per gli ascensori sociali in tutto e per tutto. Non ho mai tifato per le grandi squadre, ho tenuto per il Chievo condividendone la favola per un po’ o il Parma di Scala, ma tornando allo sci di fondo quando Bartoletti mi chiese di interessarmi allo sci, mi propose lo sci alpino. Dissi a lui e a Furio Focolari che, pur ringraziandoli per la proposta che mi avrebbe dato più visibilità e popolarità, mi sentivo più ferrato e più attratto dallo sci di fondo proprio per i motivi che ti accennavo prima. E’ stata in toto una mia scelta che non rimpiango assolutamente, era nelle mie corde e l’ho portata avanti negli anni.
Hai attraversato tutte le fasi storiche del giornalismo sportivo. Com’è cambiato in questi anni sia in termini di qualità che di retribuzione?
Discorso complesso, ma per la mia esperienza diretta posso dirti che ho visto pagati due euro a pezzo dei ragazzi che avevano dentro qualcosa e se io fossi stato direttore li avrei assunti immediatamente. Il giornalismo è una scienza strana che sfugge a curriculum o lauree di settore, perché poi ci deve essere qualcosa che scatta dentro, questo è un mestiere diverso dagli altri e non basta solo avere un’impeccabile preparazione teorica. Sarebbero importanti i criteri di selezione in cui i parametri siano legati a quella passione e a quel sacro fuoco che deve bruciare in chi vuole approcciare questo mondo. Questo discorso vale ovviamente per tutti i settori della vita lavorativa, oggi si dà più peso spesso, e più asetticamente, ai titoli e meno le qualità intrinseche del singolo.
Per chiudere, un consiglio, uno spunto o una riflessione su chi si affaccia a livello professionale al mestiere di giornalista.
Ci sono due professioni che io adoro particolarmente, la mia e quella dell’insegnante. Entrambe scarsamente retribuite e questo non è degno per un Paese civile, rischiamo di perdere grandi professionalità proprio per la scarsa considerazione che abbiamo di questi due mestieri. Se un genitore venisse a chiedermi che il proprio figlio vuole approcciare il mondo del giornalismo gli direi di lasciar perdere, se pensa di farsi una famiglia e di avere una certa stabilità economica. E’ una nicchia di pochi eletti e spesso di raccomandati, una casta che si autoalimenta in cui è difficilissimo entrare, tieni conto che io sono un ottimista e tira pure le tue conclusioni. Abbiamo sottovalutato il fenomeno del web, sia da un punto di vista gestionale che imprenditoriale, e questo è stato oggettivamente un boomerang che ci si è ritorto contro.
