A quasi un anno dalle Olimpiadi estive parigine l’Italia sarà pronta a vivere a febbraio 2026, da protagonista, la kermesse a cinque cerchi invernali targata Milano-Cortina. La macchina organizzativa si sta preparando, tra non poche difficoltà, per raggiungere in tempo l’obiettivo previsto per l’inaugurazione del 6 febbraio 2026, data d’inizio dell’edizione numero XXV delle Olimpiadi invernali.
Sedici giorni in cui il Belpaese sarà l’epicentro dello sport internazionale, un evento di portata mondiale che vedrà la nostra cara Mamma Rai al timone della copertura mediatica tra dirette e approfondimenti di settore. Tra i cronisti storici e di consolidata e poliedrica esperienza c’è da qualche anno, nel circo bianco, Ettore Giovannelli che grazie alla sua conoscenza di lingua tedesca ci porta per mano tra le scorribande dello sci alpino dei vari Odermatt & co. Il sessantunenne pescarese è da anni nel servizio pubblico come inviato speciale di numerosissime discipline, a cominciare dall’epopea del cavallino rosso targata Michael Schumacher che Ettore ci ha raccontato dai paddock di tutto il mondo diventando di fatto anche lui un personaggio. Dopo la perdita dei diritti Rai della Formula Uno nel 2018, il glob trotter poliglotta dell’azienda di Stato è stato dirottato agli arrivi e alle partenze dei grandi eventi RCS del ciclismo targato Rai e al seguito, sempre agli arrivi, delle gare di sci alpino maschile. Vita vissuta sul campo a caccia dei protagonisti con i quali, grazie alla sua autorevolezza ed empatia, è riuscito sempre a scambiare e intercettare le impressioni a caldo degli atleti di vertice ai quali cede il microfono entrando a tutto tondo nelle case degli italiani. Un bagaglio di conoscenze ed esperienze multi-disciplinari che fanno di Ettore Giovannelli uno dei pilastri di un certo tipo di comunicazione sportiva che fa ancora leva sulle doti di chi, entrando in punta di piedi senza protagonismi, ha la capacità di raccontare dal di dentro un evento focalizzandosi sull’essenza e sul contesto evitando l’inutile e sterile chiacchiericcio mediatico.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo dopo una lunga stagione lavorativa, sia invernale che primaverile per condividere alcune riflessioni sulle imminenti Olimpiadi invernali e sullo stato di salute della comunicazione del servizio pubblico.
Ettore buongiorno, sei reduce da un inverno al seguito dello sci alpino e da una primavera alle prese col Giro d’Italia. Com’è la vita di un inviato sempre con la valigia in mano?
Una stagione intensa invernale al seguito dello sci alpino maschile, e non purtroppo quella femminile, che è stata abbastanza avara di risultati, oggettivamente un’annata alquanto difficile che non lascia ben sperare in ottica olimpica Milano-Cortina. Siamo sempre aggrappati nelle discipline veloci ai senatori Paris e Casse, che qualcosa di buono anche quest’anno ci hanno regalato mentre in quelle tecniche siamo oggettivamente lontani dai più forti, con De Aliprandini che non è più un ragazzino e l’eterna promessa Vinatzer che sembra essersi un po’ perso in questa passata stagione. Il tempo di ricaricare le pile e ho ripreso col ciclismo al seguito del Giro d’Italia che ho seguito sia alle partenze che agli arrivi, una corsa rosa molto bella e intensa con un finale a sorpresa che ha regalato tante emozioni, ma anche qui abbiamo raccolto ben poco anche per un pizzico di sfortuna. Ciccone era in grande forma ed è caduto, Tiberi è arrivato alla partenza in condizioni non ottimali, ma guardando il bicchiere mezzo pieno abbiamo scoperto un giovane talento, Giulio Pellizzari che con il sesto posto in generale si candida come futuro protagonista per i futuri Giri di tre settimane.
Proiettiamoci sulle prossime Olimpiadi Milano- Cortina. Un evento importante per il nostro Paese, che aspettative abbiamo a livello azzurro?
Seguirò anche in questa kermesse lo sci alpino a Bormio, le aspettative sono tutte sul femminile con le nostre due campionesse, Sofia e Federica, che lotteranno senz’altro per le medaglie sperando in un recupero ottimale della Brignone, una ragazza splendida che di sicuro farà di tutto per essere competitiva. Dopo un’apparizione fugace a Torino 2006 e quelle spettrali di Pechino, mi godrò finalmente da inviato l’espressione massima dello sport perché solo una Olimpiade può possedere quell’atmosfera e quella condivisione che nessun’altra rassegna può contenere. Dopo aver fatto Parigi da vero jolly, in cui venivo spedito sul posto quando c’era aria di medaglia, vivere un evento del genere nel proprio Paese sarà di sicuro una di quelle esperienze indimenticabili sperando che gli azzurri sappiano esaltarsi regalandoci tantissime gioie.
La tua storia, come è iniziata la tua avventura di giornalista? Era quello che volevi fare da piccolo?
Assolutamente sì, volevo da sempre fare il giornalista occupandomi di qualunque cosa, lo sport non era di fatto una mia priorità Ho lasciato il mio Abruzzo e sono andato a vivere e lavorare in Germania per dieci anni per la radiotelevisione tedesca occupandomi di economia e tematiche concernenti le dinamiche europee, l’Italia per me ormai era lontana e non pensavo minimamente di rientrare. Poi c’è stata l’opportunità di frequentare la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, sono rientrato in Italia e poi sono stato assunto in Rai a Bolzano dove ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere il grande Ezio Zermiani. Lui cercava disperatamente un giornalista che potesse interloquire in tedesco con un certo Michael Schumacher che era appena arrivato alla Ferrari. Dal 1999 ho seguito la Formula uno per vent’anni con un bagaglio infinito di esperienze e soddisfazioni legati ad uno dei periodi più memorabili del Cavallino Rosso.
Anni indimenticabili quelli della mitica Ferrari di Michael Schumacher. Che ricordi hai di quelle annate meravigliose? Qualche momento condiviso col grande Schumi?
Si sono stati anni, soprattutto quelli dal 1999 al 2005, così intensi che potrei davvero scriverci un libro, cosa che non faccio per il grande rispetto che nutro per lui e per la sua famiglia. Mi viene in mente, tra i tanti, un momento in particolare che riassume ampiamente il rapporto che si era instaurato tra noi. Eravamo a sciare a Campiglio, e sappiamo purtroppo come lo sci abbia avuto un ruolo decisivo sulle sue sorti, e mentre con l’operatore stavamo girando delle riprese su di lui sono caduto e mi sono rotto l’omero. Lui c’è rimasto così male a tal punto da farmi trasportare a Milano col suo elicottero personale, io non volevo assolutamente, ma lui non ha voluto sentire ragioni e mi sono trovato in ospedale senza dover prendere un’ambulanza. Quando lo avvicinavo, su suggerimento di un collega di stampa tedesca, non si partiva mai con domande dirette di lavoro, prima si parlava della famiglia e dei figli che all’epoca erano piccoli e questo creava quel clima che trascendeva il mero aspetto professionale. Da un punto di vista tecnico ricordo un Michael competente in maniera quasi maniacale, con le sue conoscenze percepiva ogni singolo aspetto dello sviluppo della vettura e per questo ha conquistato da subito la stima e l’ammirazione di tutto il team. MI fermo qui, ma potrei andare avanti per ore.
Il mondo della comunicazione sportiva da quando hai iniziato ad oggi. In cosa è cambiato? Aspetti positivi e criticità?
Attualmente mi definirei un po’ perplesso, scettico e poco entusiasta di questo ammasso indistinto di quantità di informazioni che prescindono, spesso e volentieri, la qualità e l’approfondimento della notizia. Nel mio caso specifico mi sono sempre trovato davanti agli atleti al seguito di un evento per cui non ho mai dovuto inseguire un Ansa o vissuto l’ansia di dover comunque raccattare a qualunque costo informazioni e mi ritengo per questo molto fortunato perché ho accesso direttamente alla fonte primaria della news. Da giornalismo vecchio stampo con un po’ di esperienza sono cresciuto col culto dell’approfondimento e del contesto con i quali si crea una notizia, oggi vedo molta superficialità dovuta spesso alla mancata verifica delle fonti, le informazioni viaggiano troppo in fretta e il rischio delle fake è dietro l’angolo.
Segui da diversi anni sia lo sci alpino maschile che il ciclismo, due discipline in cui l’Italia fa fatica a far emergere atleti di vertice, dopo anni di grandi soddisfazioni. Cicliche coincidenze o c’è dell’altro in questa mancanza di risultati?
Sicuramente ci sono delle ciclicità e delle contingenze sfavorevoli in entrambe le discipline, ma ciò non basta a giustificare questa prolungata mancanza di risultati ai quali in passato eravamo abituati. Manca quel ricambio generazionale che è dovuto, non alla mancanza di giovani di talento che a mio avviso ci sono, ma a delle strettoie economiche che in entrambe gli sport creano dei cortocircuiti. Nel ciclismo la mancanza di una squadra World Tour dovuta ad una pluriennale mancanza di investimenti nel settore costringe gli atleti ad emigrare all’estero alla ricerca di un contratto anche a rischio di snaturarsi. Altro fattore deleterio è la fretta di arrivare a tutti i costi senza aspettare i fisiologici tempi di maturazione che variano da atleta ad atleta, è bello vedere atleti come Pogacar o Vingegaard che bruciano le tappe, ma non tutti hanno questa capacità innata e il rischio che si corre è di perdere per strada diversi ragazzi che mollano alle prime difficoltà. Per lo sci alpino il problema è sia economico che gestionale, la Federazione ha avuto le sue critiche, basti pensare al caso Colturi, sicuramente dal punto di vista tecnico è mancato qualcosa in questi anni e se non si riesce a creare un team di lavoro di livello che si occupi anche dell’aspetto mentale e della convinzione dei ragazzi è molto più complicato tirar fuori dei risultati, e quando il morale va giù tutto diventa oggettivamente difficilissimo, ma io sono ottimista perché di giovani in gamba a mio avviso ce ne sono, ma bisogna lavorarci su.
L’informazione del servizio pubblico in mezzo alle guerre dei diritti tv. La Rai fa quel che può, pur non avendo enormi risorse, per garantire tanti eventi sportivi in numerose discipline. Possiamo accontentarci o si può e si dovrebbe fare di più?
Mai accontentarsi, si può e si deve sempre fare di più e questo vale più che mai per il servizio pubblico sportivo. Ricordo che già nel 2014 in Formula Uno Bernie Ecclestone sosteneva che lo sport di vertice doveva essere uno spettacolo fruibile solo a pagamento, oggi è sotto gli occhi di tutti che sport come il calcio, il tennis o i motori sono appannaggio di colossi che escludono di fatto aziende come la Rai. Questa può essere anche una grande opportunità per noi di riappropiarci dello sport di base seguendo con più intensità gli eventi sul territorio, ci sono tante discipline che non hanno i grandi riflettori, ma che meritano comunque visibilità. La Rai lo sta facendo destinando le poche risorse che ha a disposizione in maniera capillare per coprire più situazioni e più eventi possibili, la copertura Olimpica è l’apoteosi massima dello Sport in cui sono presenti tantissime specialità di cui nessuno si occupa abitualmente. Io sono fiero di essere un giornalista della Rai e Il mio caso dimostra ampiamente che, passata la sbornia della Formula uno, mettendomi a disposizione dell’azienda sono stato inviato ad occuparmi di altri due sport che attirano milioni di appassionati in tutta Italia, spirito esemplare del servizio pubblico.
Un ricordo, un aneddoto di tanti anni di vita vissuta da inviato. c’è qualcosa che ti porti dentro, in positivo o in negativo, alla quale sei particolarmente legato alla quale ogni tanto ripensi?
Per quanto riguarda il ciclismo, rispetto alla torre d’avorio ovattata del paddock, vedere l’entusiasmo e i bagni di folla al passaggio della corsa è un’emozione indescrivibile, un calore e una passione da parte della gente che ti rende partecipe in maniera contagiosa della popolarità di questo sport. Anche il rapporto umano con questi splendidi professionisti è meraviglioso, l’anno scorso, per esempio, ho seguito da vicino le imprese di Tadej, un ragazzo semplice e alla mano con cui è nato qualche siparietto molto divertente. Per lo sci alpino sto avendo la fortuna di seguire il grande genio di Marco Odermatt, persona gentile e mai banale, sempre disponibile nei nostri confronti a tal punto che quando lo intervisto lui cerca di parlarmi in tedesco e non in svizzero tedesco che hai dei termini che io rischierei di non capire. Un ambiente pulito e genuino quello degli svizzeri che ultimamente stanno tirando fuori un campione dopo l’altro, ma in generale il circo bianco è animato e vissuto da un grande rispetto reciproco e da una sana competizione sportiva, ambienti diversi rispetto al ventennio in Formula al quale ogni tanto ripenso con quella giusta dose di nostalgia, ma sono molto felice di essere dove sono adesso.
Tanti anni di gavetta fatta sul campo, c’è qualche professionista a cui ti senti di dover dire grazie? E quali sono le caratteristiche che deve avere, a tuo avviso, un buon inviato che si occupa di eventi sportivi?
Ci sono tanti grandi professionisti da cui, nelle varie fasi della mia carriera, ho imparato molto, ma se devo farti un nome non posso che citare Ezio Zermiani, di cui ti parlavo prima. Potrei definirlo un padre, mi ha dato tutta una serie di input per entrare nel mondo a me sconosciuto della Formula Uno lasciandomi una volta, con la scusa di dover andare in bagno, al Gran Premio di Imola col microfono in mano in piena diretta davanti a milioni di telespettatori. Mi ha insegnato a descrivere ciò che avevo davanti dicendomi di essere gli occhi e le orecchie di tante persone che non avevano il privilegio di poter essere lì dov’ero io utilizzando quella essenziale semplicità comunicativa anche quando bisognava trattare argomenti complessi come quelli legati al mondo dei motori. Un buon inviato a bordo pista deve possedere, oltre alla necessaria competenza, quella umiltà e quella empatia legata al personaggio, vincente o perdente che sia, venendo incontro al protagonista a cui va data voce a tutto tondo e al quale deve fungere da tramite in punta di piedi.
Per chiudere. Hai pensato a cosa farai da grande? Chiudere la valigetta o metterti in qualche modo ancora in gioco mettendo a disposizione la tua esperienza, soprattutto ai più giovani? E ad un ragazzo che oggi ha, nonostante tutto, passione per questa professione cosa senti di dover dire?
In Rai nella redazione sportiva stanno arrivando dei giovani in gamba, cosa molto positiva e fonte di un fisiologico travaso di esperienza. A me fa piacere tutte le volte che posso e in cui potrò in futuro trasmettere il mio vissuto frutto di una gavetta e di conoscenze che mi sono state trasmesse da grandi Maestri del passato focalizzandomi sul mio ruolo specifico di inviato a caldo che è leggermente diverso da chi fa approfondimento in studio. Ad un giovane che ha dentro questa passione sicuramente posso dire che oggi non è per niente facile approcciare questa professione, ma ciò non vuol dire che bisogna mollare alle prime difficoltà. Oggi ci sono diverse Università e Master di specializzazione ai quali va affiancata la conoscenza di almeno due lingue, più frecce si si hanno al proprio arco è meglio è, e poi nei momenti di frustrazione, che ho avuto anch’io, continuare ad avere quella curiosità e quella voglia di imparare quotidianamente che ti danno la forza di andare avanti senza cedere allo sconforto soprattutto quando si è sfruttati e sotto pagati. Tenete duro perché questo è uno dei mestieri più belli del mondo che ripaga abbondantemente degli enormi sacrifici che richiede.
