Appena terminate le Olimpiadi di Milano-Cortina ed è ovviamente tempo di bilanci che ci vedono al quarto posto del medagliere con un record storico di 30 medaglie difficilmente ipotizzabili alla vigilia. Frutto di un lavoro notevole compiuto in questi ultimi anni che ha toccato diverse discipline rendendo il Belpaese competitivo in numerose specialità. Tra queste spicca di sicuro il pattinaggio di velocità, con tre ori e due bronzi ripartiti tra donne e uomini, in cui sua maestà Francesca Lollobrigida ha scaldato il cuore degli italiani con due incredibili medaglie d’oro ottenute rispettivamente nei 3.000 e 5.000 metri. A queste due perle vanno aggiunte quelle dell’inseguimento a squadre maschile targata Ghiotto-Malfatti- Giovannini, la più inaspettata col fantastico bronzo di Lorello nei 5.000 e l’ultima, la trentesima, di Giovannini nella Mass Start.
Secondi in assoluto alle spalle delle furie olandesi che con cinque ori e tredici medaglie di specialità ci hanno sorpassato al fotofinish nel medagliere assoluto, l’Italia esce tra le grandi potenze in una disciplina che ha avuto di sicuro nelle gesta di Enrico Fabris il pioniere storico che con i suoi ori a Torino 2006 ha dato il là ad un movimento la cui crescita esponenziale è sotto gli occhi di tutti. Il quarantaquattrenne campione veneto è riuscito ad imporsi nei 1.500 metri individuali e nell’inseguimento a squadre – con Anesi, Ippolito e Sanfratello – accendendo quella scintilla che ha spinto verso il pattinaggio diversi giovani atleti che oggi sono ai vertici mondiali di categoria. Il poliziotto Fabris, che da vero predestinato ha iniziato giovanissimo l’attività grazie a suo padre, ha raccolto in carriera quindici medaglie, tra Europei, Mondiali e Olimpiadi, oltre a diversi record italiani in tutte le distanze, mille, millecinque, tremila, cinquemila e diecimila metri. Un palmares di assoluto prestigio che gli è valsa la doppia Onorificenza sportiva di Commendatore della Repubblica oltre al Collare d’Oro al merito sportivo con tanto di iscrizione nella Walk of Fame dello sport italiano, una leggenda che dopo venti anni ancora brilla di luce propria che ha saputo cogliere, proprio nell’edizione olimpica piemontese, le sue più grandi ed indimenticabili soddisfazioni. Abbiamo avuto l’immenso piacere di intervistarlo ad Olimpiadi appena concluse per rivivere da un lato le sue imprese che sono state di buon auspicio per i nostri atleti, e dall’altro per condividere lo stato dell’arte presente e futuro del nostro pattinaggio di velocità.
Enrico buongiorno, le Olimpiadi si sono trionfalmente concluse, risultato straordinario ogni oltre previsione?
Le Olimpiadi sono sempre imprevedibili, ma sapevamo di poter fare molto bene anche se per alcuni atleti di vertice, Lollobrigida in primis, la stagione non era iniziata molto bene. Ero convinto comunque che saremmo stati competitivi, quei due ori bellissimi di Francesca non ce li aspettavamo mentre c’è stata un po’ di delusione per i diecimila di Davide Ghiotto che veniva da tre ori mondiali, ma per fortuna si è rifatto abbondantemente nella gara a squadre con una grandissima finale contro gli Stati Uniti. Anche il bronzo di Lorello, grande sorpresa ma ampiamente meritato perchè ha fatto una gara eccezionale. Un bilancio complessivo generale ottimo, siamo dietro l’Olanda la nazione con più medaglie al collo.
Rivedendo le gesta dei nostri atleti hai rivissuto le tue Olimpiadi, quelle di Torino in cui hai fatto la storia. Ricordi e sensazioni dopo vent’anni?
Ricordi bellissimi e sensazioni piacevoli che ho rivissuto qui a Cortina, i miei due ori a Torino hanno dato quella consapevolezza a tutto il movimento del pattinaggio che aggiudicarsi una medaglia d’oro non fosse un’utopia. Essere stato il primo a vincere un oro sia individuale che a squadre sicuramente ha favorito la nascita di un indotto che da anni sta ottenendo grandi risultati. Dopo vent’anni tornare a gareggiare in casa è stato di sicuro un grosso stimolo per i nostri ragazzi che si son fatti trovare pronti nel momento giusto regalandoci cinque splendide medaglie.
I tuoi inizi, come è cominciata la tua carriera. Con quali ambizioni e aspettative? Era quello che volevi fare da bambino?
Ho cominciato a sei anni e, come accade ancora oggi ai ghiaccisti, son partito con lo Short Track affiancando poi lo speed skating per il quale ho deciso di optare. Pian pianino, un gradino per volta e ho iniziato veramente a crederci nell’ultimo anno di junior, intorno ai diciotto anni, anche perché prima era più un gioco che altro visti anche i risultati ai mondiali junior precedenti, dal quindicesimo al quinto posto. Poi l’ingresso in Nazionale Senior e da lì ho capito che sarebbe stata la mia vita, tanto lavoro e tanta dedizione anche perché il talento da solo non basta se qualcosa non scatta dentro di te, ma questo vale per tutti gli sport.
Hai fatto parte del Comitato Organizzatore in qualità di Deputy Manager per MiCo, in cosa consisteva il tuo ruolo?
A livello Olimpico ogni funzione è legata a delle figure specifiche, io ero nella funzione Sport ed ero il vice del Manager, ci siamo occupati di gestire vari aspetti, dalla creazione degli spazi per gli atleti coordinando tutto il personale della parte sportiva e tecnica. Abbiamo curato anche i rapporti con la Federazione Internazionale e quella Italiana degli sport ghiaccio, facendo da collante col C.I.O. Un insieme di compiti organizzativi e logistici che abbiamo svolto dietro le quinte per permettere agli atleti dei vari Paesi di gestire in modo ottimale le loro performance agonistiche.
Sei stati istruttore, qual è la realtà del movimento di base nella tua disciplina? Che bacino di utenza avete e come sono organizzate le attività formative?
Dopo aver smesso nel 2011 ho fatto per una decina di anni l’allenatore per la Federazione sia come assistente della Nazionale Senior che come capo allenatore della Junior per cinque stagioni, è posso dirti che il movimento è più che buono pur avendo a disposizione solo due piste scoperte. Questo ci limita un po’ numericamente, se penso a Paesi come l’Olanda è evidente che siamo indietro, ma nonostante questo i risultati arrivano e siamo tra le nazioni più competitive a livello Mondiale. Il cambiamento climatico non aiuta per le strutture all’aperto e purtroppo gli impianti sia di Torino che questi di Milano saranno riconvertiti e non utilizzati più per gli sport del ghiaccio, ma nonostante questo grazie al lavoro degli atleti, delle società sportive, dei tecnici e della Federazione siamo dove siamo e c’è davvero da essere orgogliosi.
Le Olimpiadi sono anche un grande evento mediatico che serve anche per attirare l’attenzione su sport che non hanno sempre la copertura che dovrebbero. Si potrebbe e dovrebbe fare di più in generale?
Il servizio pubblico della Rai fa da sempre un ottimo lavoro sui grandi eventi e sugli atleti di vertice, manca però il discorso legato alla promozione dal basso che ti permetta di raggiungere numeri più alti e maggiore visibilità. I social utilizzati positivamente dalla Federazione sono sicuramente un mezzo per coinvolgere più gente, ma sui media tradizionali si potrebbe e dovrebbe fare di più. Ora che il ferro è caldo bisogna dare spazio non solo a chi vince una medaglia, ma sensibilizzare più gente possibile e renderla partecipe di quello che c’è dietro a questa disciplina e, ripeto, le Federazione si sta muovendo molto bene in tal senso e i risultati raggiunti di certo aiutano.
La tua più grande gioia della tua carriera, un momento al quale ogni tanto ripensi. E la delusione più grande?
Sicuramente le medaglie di Torino, gioie incredibili e irripetibili a livello sportivo. E’ stato bello anche in questa edizione essere il penultimo tedoforo ho vissuto una grande emozione ed è stato davvero coinvolgente avere questo privilegio. La delusione più grande è di certo quella delle Olimpiadi di Vancouver, quattro anni dopo Torino, perché non ero nelle migliori condizioni anche se avrei potuto fare di meglio, lo sport è anche questo e momenti così non esaltanti fanno parte delle regole del gioco.
L’importanza dei Corpi Militari sulle carriere di atleti di vertice. Quanto è stato importante per te entrare in Polizia per poter gareggiare ad alto livello?
Faccio tutt’ora parte del Gruppo Fiamme Oro, sia d’atleta che da allenatore ho avuto questo grande onore ed un’enorme fortuna, i Corpi Militari sono le fondamenta che permettono a tanti atleti di poter credere in quello che fanno. Sono meritocratici, sono al tuo fianco, ti danno quella serenità che ti permette di concentrarti sul tuo obiettivo, sono portatori di valori sani come la disciplina, l’ordine e l’inquadramento sia come atleta che come persona. Difficile trovare altre situazioni alternative a questa, mi viene in mente il ciclismo dove gli atleti diventano professionisti e vengono stipendiati dalle squadre, ma con le risorse che si hanno a disposizione in molti altri sport dobbiamo solo che esser grati a loro per le enormi possibilità che ci danno.
Come è in cosa e cambiato il pattinaggio di velocità in questi vent’anni? Anche qui la tecnologia ha fatto la sua parte sulle performance degli atleti?
E’ chiaro che la tecnologia ha fatto, come è giusto che sia, la sua parte sui materiali, sui pattini, sulle lame, senza dimenticare anche le tute che son molto più aerodinamiche. Son cambiati gli schemi di allenamento, c’è più professionalità in molti aspetti e si cura molto di più, rispetto ai miei tempi, la parte mentale che si allena parallelamente alla parte fisica. Questo vale per tutti gli sport ormai, il mental coach è una figura strutturale che aiuta l’atleta a lavorare sia sulla sua autostima che sulla consapevolezza del proprio potenziale.
Per chiudere, hai deciso cosa vuo fare da grande? Ad un giovane talento che vuole diventare un nuovo Fabris cosa senti di dire?
Da grande voglio fare di sicuro qualcosa che mi diverta, vorrei rimanere nel mondo dello sport, anche se al momento non so ancora in che modalità, ed usare l’esperienza acquisita in questi anni e provare di trasmetterla agli altri, il pattinaggio è la mia vita e vorrei condividerne sia la passione che i valori positivi. Ad un giovane che ha voglia e che cha quel fuoco dentro dico solo di sognare e di credere in quel sogno, di fare di tutto per raggiungerlo indipendentemente dal fatto che ci riesca o meno.
