Raccontiamo lo sport dal 2015 - Direttore Antonio Padellaro
Novembre 14, 2024

A tu per tu con Elisabetta Caporale, il microfono delle Olimpiadi

Continuiamo la nostra finestra sulle meraviglie azzurre Olimpiche di Parigi 2024, lo facciamo dando ancora una volta voce a chi, con la sua voce e la sua ineccepibile professionalità, ci racconta da anni le gesta e le delusioni dei nostri atleti. Tra queste voci c’è senz’altro quella di Elisabetta Caporale, decana e stacanovista, alla decima olimpiade complessiva tra estive e invernali, sia a bordo vasca che a bordo pista, che da anni con la sua innata empatia raccoglie le prime impressioni a caldo post-gara in due discipline cruciali per il nostro medagliere. Da giornalista di vecchia scuola nelle sue interviste lascia spazio ai protagonisti a cui porge il suo microfono in punta di piedi, la sua voce riempie molto di più della sua presenza in video perché quello che conta è la notizia in quanto tale, non l’apparire ad ogni costo. Una figlia d’arte cresciuta a pane e carta stampata con la comunicazione insita nelle corde nel suo modo di essere e di porsi, una servitrice del servizio pubblico nella sua accezione più alta con la quale abbiamo avuto il piacere di condividere alcune riflessioni sulla recente kermesse parigina e sullo stato dell’arte del mondo dell’informazione in generale.  

Elisabetta buongiorno, partiamo dalle recenti Olimpiadi parigine. Bilancio personale e professionale? Parigi è stata all’altezza del compito?

E’ stata un’olimpiade cartolina con locations pazzesche, è una macchina organizzativa che ha funzionato. Unico neo a mio avviso è stata la scelta della Senna, sia per lo sporco delle acque che per le correnti impetuose che hanno di fatto condizionato le gare mettendo a disagio gli atleti. Peccato perché lo spettacolo di pubblico meritava ben altro, ma per il resto il bilancio è assolutamente positivo anche per noi giornalisti. Vedere tutti gli stadi pieni dall’inizio alla fine delle gare è stato molto coinvolgente e poi, per la prima volta, c’è stata una continuità tra Olimpiadi e Paralimpiadi col passaggio di fiaccola tra le due manifestazioni simbolicamente emozionante. Le cerimonie tutte di altissimo livello in cui la condivisione ha raggiunto quella modernità e contemporaneità che ha coinvolto, come non mai, anche gli atleti paralimpici.

I risultati agonistici nelle “tue” discipline. Per l’atletica era impossibile ripetere l’exploit di Tokyo, mentre il nuoto ha saputo regalarci alcune soddisfazioni?

Partirei dai venticinque quarti posti, record assoluto per l’Italia, e ho adorato il Presidente Mattarella che ha doverosamente voluto anche loro nella rituale cerimonia al Quirinale. Per l’atletica era impossibile raggiungere quegli incredibili cinque ori che ci hanno fatto sognare, ma comunque ci sono stati alcuni fattori che non hanno giocato a nostro favore, parlo ovviamente delle disavventure di Tamberi e del duo della marcia Stano Palmisano. Secondo me anche la trionfale kermesse europea di Roma ha alzato oltremodo le aspettative e questo si è tradotto in un boomerang, mentre il nuoto è partito fortissimo con Martinenghi che ci ha regalato subito il primo oro. Qualche delusione c’è stata, penso ai due quarti posti di Simona Quadrarella, per esempio, o al quarto posto incredibile di Benedetta Pilato, purtroppo il nuoto comunque è uno sport crudele dove pochi centesimi possono fare la differenza tra l’esaltazione e la sconfitta, ma comunque è un dato di fatto che in entrambe le discipline l’Italia c’è ed è viva e vegeta e piena di giovani altamente competitivi. Voglio citare per chiudere anche Nadia Battocletti che ci ha regalato le emozioni più belle nell’atletica, un’atleta straordinaria che ha dimostrato di essere all’altezza delle migliori fondiste africane.

La tua storia personale. Come nasce la giornalista Elisabetta Caporale? Sognavi di intraprendere questa carriera?

Io nasco in una famiglia di giornalisti, mio padre Pier Giuseppe era direttore di Ciao 2001, rivista musicale di grande successo e autore televisivo che di sicuro ha lasciato il segno sulla mia storia. Tanti uffici stampa al suo seguito dietro le quinte della scena musicale e una passione che si è consolidata negli anni. Dopo la separazione dei miei mia madre, in seconde nozze sposò Sandro Petrucci che si occupava di Sport in Rai, famose le sue interviste alla Lazio di Maestrelli che all’epoca, in cui c’era solo il servizio pubblico, avevano una notevole rilevanza mediatica. Crescendo in queste due dimensioni parallele, tra musica e sport, ho fatto tante pubbliche relazioni cominciando a scrivere articoli che mi hanno permesso di diventare pubblicista. Da lì in poi ho iniziato a camminare con le mie gambe occupandomi di qualsiasi cosa utile per ottenere questo patentino, poi tramite Sandro sono entrata in contatto col mondo dello sport targato Rai. Jacopo Volpi cercava un collaboratore per la trasmissione Pallavolando e da lì ho approcciato per la prima realtà sportiva in un ambiente meraviglioso come quello del volley appassionandomi immediatamente a questa nuova dimensione professionale. Poi è venuto tutto naturale, ho studiato e imparato tanto da Sandro Fioravanti che era in sintonia col mio modo di intendere il mestiere molto incentrato anche sull’aspetto umano e sulle storie che ogni atleta aveva da raccontare.

Nel tuo lavoro sei costantemente in contatto con tantissimi atleti di vertice, un grande arricchimento sia a livello umano che professionale?

La cosa fondamentale è il modo con il quale io mi rapporto a questi ragazzi, io porto il massimo rispetto a tutti dal più esperto all’ultimo arrivato. Questi mi viene riconosciuto e credo che in tanti anni di lavoro la mia empatia naturale sia una delle chiavi della mia relazione con gli atleti. Sono così nella vita, è il mio modo naturale di essere sia come persona che davanti a un microfono, senza distinzione tra campione o matricola, olimpico o paralimpico. A livello professionale cerco sempre di essere preparata e aggiornata sul percorso agonistico dei vari atleti, essere informati e stare sul pezzo è il sale del nostro lavoro, poi a livello umano ho visto tanti ragazzi agli esordi diventare campioni. Cito fra tutti Federica Pellegrini con un moto di orgoglio, l’ho conosciuta a quattordici anni con tutti i suoi dubbi e le sue incertezze e oggi la vedo donna affermata e consapevole e questo non può che farmi piacere.  

L’azienda Rai ha raggiunto anche stavolta i target previsti? Come è cambiato in questi anni il racconto mediatico di grandi eventi come le Olimpiadi?

La Rai si è senz’altro evoluta e noi di pari passo siamo cresciuti e diventati qualcos’altro rispetto a quando abbiamo iniziato. Con tutte le difficoltà e le lentezze che un’azienda pubblica, che ha le sue dinamiche interne complesse e alcune volte contorte, può avere rispetto ad una realtà privata, ma comunque le professionalità ci sono, il ricambio generazionale sta avvenendo e su questo sono molto fiduciosa. Ci tengo particolarmente al discorso paralimpico, che è un mondo nel quale mi sento più utile come giornalista del servizio pubblico, che la Rai ha onorato trasmettendo quasi tutto in chiaro dando un grande segnale di civiltà e di rispetto della diversità.

Tantissimi anni al seguito delle spedizioni azzurre, c’è un aneddoto o un ricordo che tu ha colpito particolarmente, che porti impresso dentro di te?

Domanda difficile, ce ne sono tante e faccio fatica a citarne una sola. Mi ripeto, ma l’oro di Federica Pellegrini a Pechino 2008 è stato uno di quei momenti da lacrimuccia, un’emozione grandissima con l’inno di Mameli a suggellare questa grandissima impresa. Ancora nel nuoto le due medaglie di Paltrinieri e Detti a Rio de Janeiro, e poi come non ricordare il back to back Jacobs Tamberi? Io non credevo a quello che succedeva davanti ai miei occhi, ero lì impietrita e poi gli ho porto il microfono per fargli raccontare uno dei pezzi di storia indelebili dell’atletica leggera azzurra. Brividi, pelle d’oca ancora ripensandoci oggi. A livello mondiale senza dubbio la figura di Usain Bolt ha lasciato il segno, a parte i record incredibili che ha raggiunto me lo ricordo ballare sulla pista e infiammare il pubblico con un entusiasmo strepitoso, un personaggio unico e irripetibile.

La professione del giornalista. Su cosa non è possibile derogare? Tanti aspiranti giovani sfruttati e tanta mediocrità diffusa che circola soprattutto sul web?

Questione molto complessa, oggi siamo sommersi da informazioni da tutte le parti rispetto ai tempi in cui c’era solo la Rai che aveva un quasi monopolio dell’informazione sportiva. E’ cambiato tutto e mio avviso c’è anche troppo ed è inevitabile che la qualità scenda inesorabilmente. Per quanto riguarda il mondo dell’azienda Rai posso dirti che giovani di valore ce ne sono tanti, da Luca Di Bella a Stefano Rizzato solo per citare alcuni esempi, e per quanto riguarda il giornalismo televisivo c’è quel rettangolo che spesso ti frega tentandoti spesso col voler apparire a tutti i costi. Discorso che per me non è mai stato prioritario perché io cerco di raccontare delle storie, credo che ogni professionista che ha dentro di sé questa grande passione debba seguire il proprio percorso senza cercare inutili scorciatoie, per fare il giornalista devi avere qualcosa che ti scatta dentro altrimenti è meglio lasciar perdere.

Il PNNR è una grande opportunità anche per il mondo dello sport. Dove e in che modalità spenderesti queste risorse?

Il movimento di base, che è il fulcro degli atleti del futuro, ha bisogno di impianti e strutture moderne e al passo coi tempi. Allenatori e formatori ci sono, ma manca proprio una visione nel medio-lungo periodo cominciando dalla scuola che è il luogo principe dove avviare ed individuare i potenziali campioni del futuro. Il college all’americana è ancora un’utopia, ma i licei sportivi che si stanno lentamente avviando sarebbero di grande aiuto garantendo comunque quell’istruzione di base che è fondamentale in ogni caso al di là del risultato sportivo. Conciliare sport e studio è oggettivamente difficile, avere un percorso di studi sportivo che ti permette di bilanciare entrambe le cose sarebbe auspicabile per evitare un sovraccarico alle famiglie che sono costrette a sopperire alla mancanza di un’organizzazione che di fatto ancora non è radicata sul territorio.

Covid e doping, due parole assenti da queste Olimpiadi. Una boccata d’ossigeno per il mondo dello sport?

Il covid in minima parte c’è stato, ma son cambiate le regole per cui è stato gestito con tranquillità. Rispetto all’incubo di Tokyo sono riuscita a lavorare con quella serenità che avevamo perso e senza quei filtri che impedivano un contatto diretto con gli atleti. Di doping non se n’è parlato e va benissimo così, spero che non si siano inventati qualche altra diavoleria per eludere l’anti-doping, domanda ardua a cui è difficile rispondere, ma il lavoro sui controlli va avanti e non deve assolutamente venire meno, ne va la credibilità dello sport in generale.

Per chiudere, cosa vorresti fare da grande? Hai mai pensato di condensare e condividere questo bagaglio di esperienze e di racchiuderlo in qualche modo? Un libro? Un documentario?

Mi chiedono spesso di condensare il mio bagaglio di esperienze, ma io umilmente credo che ci sia chi è più bravo di me e spesso mi domando, ma pure io mi devo mettere a scrivere un libro? L’archivio è molto ampio, forse prima o poi mi convincerò quando sarà il momento giusto, ma mi metterò in gioco solo quando sarò in grado di raccontare qualcosa di interessante. Per ora scrivo prefazioni e mi concentro sul tanto lavoro da fare, ci sono tanti eventi importanti sia nazionali che internazionali che continuerò a seguire poi più in là vedremo se e come condividere tutte queste bellissime storie di sport vissute in prima linea.