Raccontiamo lo sport dal 2015 - Direttore Antonio Padellaro
CORTINAMETRAGGIO EDIZIONE 2026 GIORNATA DEL 26-03-26
Marzo 31, 2026

A tu per tu con Davide Giorgi, Presidente del CIP Veneto

A Cortinametraggio, nella cornice suggestiva di Cortina d’Ampezzo, si è tenuto un incontro fortemente voluto dalla direttrice Maddalena Mayneri, che ha portato al centro del dibattito uno dei fenomeni più significativi dello sport contemporaneo: la crescita del movimento paralimpico. Ospite e protagonista del confronto Davide Giorgi, dirigente sportivo e presidente del Comitato Italiano Paralimpico del Veneto, impegnato da anni nella promozione dell’inclusione attraverso lo sport. Nel suo intervento ha acceso i riflettori sul valore e sulla crescita del movimento paralimpico, oggi sempre più centrale nel panorama sportivo e culturale. Giorgi ha ripercorso l’evoluzione delle Paralimpiadi di Londra 2012, momento chiave per la visibilità del movimento, sottolineando come da allora lo sport paralimpico abbia acquisito un ruolo sempre più centrale, non solo sul piano agonistico ma anche culturale e sociale. Un percorso che continua a crescere, ridefinendo il concetto di limite e trasformandolo in una leva di opportunità e cambiamento.

CORTINAMETRAGGIO EDIZIONE 2026 GIORNATA DEL 26-03-26

Negli ultimi anni il movimento paralimpico è cresciuto notevolmente. Quali sono stati i fattori decisivi?

A partire dalle Paralimpiadi del 2012, la copertura televisiva ha svolto un ruolo decisivo. Dall’edizione di Londra, infatti, la visibilità mediatica è cresciuta in modo significativo, contribuendo a far conoscere sempre di più il movimento sia a livello nazionale sia internazionale. In precedenza, si trattava di una realtà ancora marginale, con prospettive di sviluppo molto limitate. Un ulteriore passaggio cruciale, in Italia, è stato il riconoscimento del Comitato Paralimpico come ente pubblico nel 2017. Questo cambiamento, che ha segnato l’uscita dall’orbita del CONI e la nascita di un organismo autonomo e paritetico, ha dato un impulso determinante alla crescita del movimento. La partecipazione della popolazione con disabilità è infatti passata dallo 0,8% al 4%. Resta ancora molta strada da fare e un divario significativo da colmare, ma la direzione è ormai chiaramente tracciata.

Cosa significa inclusione nello sport?

Significa garantire a tutti il diritto di praticare attività sportiva. Non è affatto un principio scontato: è stato infatti riconosciuto anche a livello costituzionale. Si tratta di un diritto fondamentale, che deve essere assicurato a ogni persona, senza alcuna distinzione. Tuttavia, nel mondo della disabilità, questo diritto non è ancora pienamente attuato. Per questo è indispensabile un impegno condiviso tra istituzioni e stakeholder, pubblici e privati, affinché possa essere realmente garantito a tutti.

Quali sono, oggi, le principali sfide del movimento?

La prima, e più rilevante, è di natura culturale. È fondamentale far comprendere che la disabilità non rappresenta una mancanza, ma una condizione che può e deve essere valorizzata, contribuendo anche allo sviluppo del Paese. La seconda riguarda l’integrazione delle politiche sportive nel sistema sociosanitario. Lo sport dovrebbe essere riconosciuto come parte integrante del percorso di benessere, fino a essere prescritto e considerato complementare, se non alternativo, alle tradizionali attività riabilitative.

Cosa l’ha spinta ad aderire a questo progetto?

Sono stati i genitori dei ragazzi con disabilità a chiedermi aiuto. Provengo dal mondo sportivo, dove ho lavorato come dirigente, e ho incontrato molte famiglie in difficoltà nel garantire ai propri figli l’accesso all’attività sportiva. Ho sempre cercato di operare in sinergia tra mondo olimpico e paralimpico, utilizzando strumenti comuni e favorendo un’integrazione reale. Questo approccio ha contribuito alla crescita del contesto in cui lavoravo e ha aperto nuove opportunità. Rimane però ancora molto da fare sul piano culturale: è necessario far comprendere a imprese, privati ed enti pubblici che investire in questo ambito non rappresenta un costo, ma un valore.

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Cosa manca ancora per garantire pari opportunità a tutti gli atleti?

Mancano, innanzitutto, strutture adeguate e accessibili. Il divario è particolarmente evidente nel Sud Italia, mentre al Nord la situazione sta migliorando, pur con alcune criticità. Il quadro complessivo resta comunque disomogeneo. È necessario intervenire sull’abbattimento delle barriere architettoniche, sviluppare un piano sociosanitario che includa l’attività motoria e sportiva nei LEA e inserire lo sport paralimpico nei programmi scolastici.

Che messaggio darebbe a un giovane con disabilità che ha paura di iniziare a fare sport?

Che è possibile, che si può fare. Serve coraggio, ma soprattutto la consapevolezza che si tratta di un’opportunità concreta e accessibile. Lo sport può colmare quei vuoti che spesso si vivono nella quotidianità, diventando talvolta un’occasione unica di crescita, scoperta e realizzazione personale.

Infine, lavorando con questi ragazzi, cosa ha imparato?

Ho imparato che il limite non è un confine invalicabile, ma qualcosa che può essere superato. I nostri ragazzi ci insegnano a valorizzare ciò che abbiamo, invece di concentrarci su ciò che ci manca. È una lezione profonda, che ho fatto mia anche nella vita quotidiana: mi ha dato coraggio e mi ha spinto ad affrontare nuove sfide. Spesso tendiamo a guardare ciò che non possediamo; loro, invece, sanno valorizzare pienamente ciò che hanno. Ed è proprio questo che fa la differenza.