L’inesorabile passaggio generazionale tra i vecchi e nostalgici boomer e una generazione, quella attuale, cresciuta consumando tutto troppo in fretta sta creando di fatto una frattura insanabile che si ripercuote, ovviamente anche nel mondo dello sport. La recente scomparsa di Bruno Pizzul, ennesimo lutto eccellente di questi ultimi anni, ci costringe a ricordare e a fare i conti con un certo giornalismo sportivo fatto da grandissimi professionisti e da persone perbene che grazie all’aiuto di Mamma Rai hanno cesellato, come in una colonna sonora, con le loro voci le nostre vite giovanili che si commuovono unanimi nel ricordo. Anche le recenti Olimpiadi parigine sono state scandite dalle iconiche voci di giornalisti, che dai tempi del mitico Bisteccone, sono associate ad una determinata disciplina. Se l’atletica equivale a Franco Bragagna, i tuffi a Stefano Bizzotto e il bordo pista e vasca ad Elisabetta Caporale, il mondo della ginnastica internazionale è legato da oltre trent’anni alla gentilezza, alla competenza e alla dizione perfetta della voce di Andrea Fusco.
Cresciuto negli anni ottanta, quelli formativi e giovanili, sulla carta stampata approda nell’azienda pubblica ad inizio anni Novanta entrando subito dalla porta principale nelle case degli italiani ad Atlanta 1996, anno dello strepitoso oro agli anelli di sua maestà Jury Chechi. Calcio, ciclismo, rugby sono la dimostrazione lampante di una professionalità e di una versatilità tipica di una certa scuola, quella cresciuta analogicamente a pane e gavetta, quella vera e fatta sul campo. Le tre medaglie azzurre a Parigi, l’oro e il bronzo di Alessia D’Amato e Manila Esposito alla trave e il meraviglioso argento delle Farfalle sono l’ennesima conferma di un movimento che a livello femminile gode di ottima salute, mentre sul versante maschile timidi e incoraggianti segnali di ripresa iniziano a germogliare. Abbiamo avuto l’onore e il piacere di scambiare alcune riflessioni con uno dei decani assoluti di quel giornalismo sportivo parlato, mai urlato, con il garbo e la competenza che, da sempre, contraddistingue Andrea Fusco.
Andrea buongiorno, partiamo da un bilancio, sia umano che professionale, delle recenti Olimpiadi parigine. Cos’hanno di così unico e speciale le edizioni dei giochi a cinque cerchi?
A Parigi sono arrivato a quota nove Olimpiadi, commento la ginnastica azzurra dal 1995, per capirci da Jury Chechi, passando per Igor Cassina, Vanessa Ferrari e le farfalle. Fatta questa premessa storica posso dirti che è un’esperienza totalizzante, trascorri buona parte della giornata in postazione di commento e paradossalmente non hai la percezione di quello che accade al di fuori. L’atmosfera a Parigi è tornata elettrizzante dopo quello che abbiam dovuto vivere nel deserto di Tokyo. Tornare a vedere la gente partecipare e tifare per strada e il pubblico riempire i palazzetti è stata una sana boccata d’ossigeno, l’Olimpiade è tornata ad essere la Festa in assoluto dello Sport a trecentosessanta gradi.
Era la tua ennesima edizione e la ginnastica, con tre medaglie, ha fatto la sua parte. C’è da essere soddisfatti o si poteva pretendere, in generale, qualcosa in più?
No, per quanto riguarda la ginnastica di più non potevamo aspettarci a cominciare dall’oro a sorpresa alla trave di Alice D’Amato, che predilige di gran lunga le parallele asimmetriche, a cui va aggiunto un altrettanto inaspettato, ma strameritato bronzo sempre alla trave, della guerriera Manila Esposito. A chiudere il cerchio l’argento delle farfalle dietro alle aliene statunitensi equivale in tutto e per tutto ad un altro oro. Dal versante maschile nessuna medaglia, ma tanti piccoli passi nella direzione giusta con tante finali raggiunte e un movimento in costante crescita. Mi permetto solo di segnalare un’altra giovane ginnasta ritmica di assoluto talento di cui sentiremo presto parlare, Tara Dragas. Una ragazza classe 2007 allenata dalla madre ed ennesima dimostrazione di un movimento in cui nulla viene improvvisato o lasciato al caso.
La tua storia, come hai iniziato a entrare nel mondo del giornalismo? Era quello che hai sempre voluto fare?
Si e ricordo che già da bambino ascoltavo alla radio Tutto il calcio minuto per minuto avendo a disposizione un registratore che all’epoca avevano in pochi, il Geloso, prendevo il microfono e cercavo di riproporre le stesse voci rifacendo la trasmissione a modo mio. Avendo questo pallino sono entrato verso la fine degli anni settanta in una tv privata per poi passare a collaborare con Repubblica per la quale mi occupavo di cronaca nera e giudiziaria, tieni conto che eravamo nel cuore degli anni di piombo. Sono diventato professionista presso l’allora quotidiano abruzzese Il Centro e venni chiamato fortuitamente dalla Rai, senza alcun tipo di raccomandazione, nel 1992 su richiesta di Massimo De Luca occupandomi del giornale sportivo radio all’epoca diretto da Livio Zanetti. Nel 1995 fu Marino Bartoletti a volermi nella sua redazione, l’allora Tgs, e da Atlanta 1996 sono diventato la voce narrante della ginnastica azzurra.
Ti sei occupato, sempre con enorme competenza, negli anni di tante discipline. Quali sono stati i tuoi maestri e punti di riferimento? Quali sono a tuo avviso le caratteristiche che deve possedere un buon giornalista?
Ho collaborato per lo sci nordico, per l’atletica, il pugilato e tante altre discipline e posso dirti che i miei riferimenti oggi sarebbero fuori moda per il loro modo di porsi. Sto parlando dei Pizzul, dei Martellini, degli Ameri e del grande Sandro Ciotti, che mi consigliò di leggermi due pagine al giorno del vocabolario italiano dicendomi che di sicuro ne avrebbe tratto giovamento sia la mia scrittura che il mio eloquio. Oggi è tutto diverso rispetto ad allora, a partire dalla mancanza di un editore puro, ma un buon giornalista ha il dovere di sentirsi innanzitutto libero senza padrone, e poi di verificare con certezza e accuratezza la notizia respirando quel profumo di strada che purtroppo si è un pò perso. Oggi le news sono troppo filtrate e si rischiano fake spesso e volentieri, quella sana gavetta che ho fatto da giovane servirebbe a tanti ragazzi per farsi le ossa e imparare, senza scorciatoie, le basi di questa professione.
Hai seguito moltissime kermesse internazionali, c’è un momento o un aneddoto che ti porti dentro nel cuore e al quale ogni tanto ripensi?
Ricordo che alle Olimpiadi di Atlanta la diretta di eventi paralleli non poteva ancora essere trasmessa in contemporanea per cui chi non aveva la possibilità di andare in onda in tempo reale doveva registrare il tutto per mandarlo in differita. A me successe di registrare, o per lo meno io pensavo di averlo fatto, l’esercizio agli anelli di Jury Chechi, ma quando mi fu detto di rifarlo perché l’audio non era stato inciso, chiusi gli occhi presi fiato rinarrando l’esercizio di Jury a memoria commentandolo a pedana vuota. E’ una cosa che ancora ricordo con particolare emozione, fu un bel banco di prova da brividi perché quando mi dissero di rifarlo rimasi per un attimo interdetto. Ricordi analogici legati al nostro modo di essere giornalisti, così come lo si faceva trent’anni fa, ed emotivamente importante nello specifico che il Signore degli Anelli ha fatto vivere a tutti noi e che io ho avuto il privilegio di raccontare.
Il mondo della ginnastica azzurra, spesso mediaticamente travagliato, visto dall’esterno sembra in questa fase un ambiente sano e ricco di valori positivi. E’ solo una mia impressione o c’è qualcosa di vero?
Quello che dici è assolutamente vero sia per il mondo della ginnastica artistica grazie alla splendida figura del direttore tecnico Enrico Casella che sta lavorando da buon padre di famiglia sulla coesione del gruppo. C’è molta lealtà e quella schiettezza e questo influisce anche a livello individuale, Sofia Raffaeli per esempio, ha trovato la quadra da quando è sotto la guida di Claudia Mancinelli, mentre la non confermata dopo oltre trent’anni Emanuela Maccarani è l’allenatrice più medagliata di tutti i tempi. Credo che nonostante il suo allontanamento dallo staff azzurro e nell’attesa che gli inquirenti facciano il loro lavoro, non si possano ottenere risultati del genere in un ambiente malsano, resto francamente scettico ed è giusto che venga fatta al più presto chiarezza.
Il mondo della comunicazione sportiva quanto e come è cambiato negli ultimi dieci anni? Per te che hai vissuto un pò tutte le fasi il web ha allargato l’offerta diminuendo contestualmente la qualità del prodotto?
Con un martello puoi piantare un chiodo o uccidere una persona, ogni strumento può esser utile e di aiuto alla nostra professione se usato nella maniera giusta. Un problema che ci affligge oggi più che mai è la verifica delle fonti, che spesso è volentieri viene disattesa generando un corto circuito di fake news deleterie a tutto il sistema mediatico. Personalmente credo che nel mondo del calcio gli effetti virali più beceri del web siano più evidenti, la fretta della notizia a tutti i costi è portatrice sana di cattivo e malsano giornalismo. Ho lavorato per il calcio per qualche anno in azienda, esperienza breve dopo la quale ho chiesto subito di poter tornare all’informazione Olimpica nella quale sicuramente l’utilizzo della rete può essere un aiuto importante per noi addetti ai lavori.
Il PNRR ci consentirà in questi anni di poter investire ingenti risorse anche nel mondo dello sport, dove dovremmo intervenire per recuperare soprattutto i più giovani e incentivarli a praticare una disciplina sportiva?
L’Italia ha un serio problema di deficit motorio giovanile e se non si inizia dalle scuole non andremo da nessuna parte. Oggi un giovane non riesce nemmeno a salire su un albero o ad arrampicarsi su un cancello, cosa che noi riuscivamo tranquillamente a fare perché si cresceva per strada facendo sport. Bisogna partire dalle scuole perché certe abilità di base si apprendono in età precoce, ripristinare per esempio i giochi della gioventù non sarebbe affatto una cattiva idea perché praticare sport vuol dire farsi del bene e stare in salute indipendentemente dal risultato. Altra questione cruciale riguarda l’impiantistica, ci sono ancora oggi strutture dove si allenano atleti di livello nazionale che non hanno la copertura e che quindi non garantiscono sempre la possibilità di preparazione ai ginnasti, cosa che nei Paesi del Nord non accade. Risorse ne sono arrivate, vanno gestite e investite nella maniera corretta e in queste due direzioni altrimenti rischiamo di compromettere seriamente il necessario ricambio generazionale.
Sei in Rai da circa trent’anni, l’azienda ha fatto tanti sforzi in questi anni per rendere più visibili tante discipline su cui i riflettori si accendevano solo ogni quattro anni. Si potrebbe e si dovrebbe fare ancora di più per rendere il nostro Paese ancora meno calcio-centrico?
La Rai in questi ultimi anni è cresciuta tanto sull’acquisizione dei diritti televisivi, oggi posso dire che siamo messi molto bene sia nella ginnastica che in tantissime altre discipline, ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Il calcio fa parte del nostro Dna e, per esempio, un programma come la Domenica Sportiva che io ricordo dai tempi di Beppe Viola e Gianni Brera farà sempre parte del nostro immaginario collettivo. Oggi il calcio è sempre più parlato, cosa che io trovo noiosissima mentre sarebbe doveroso allargare sempre più la cultura sportiva e dedicare più spazi a tanti altri sport che meriterebbero molta più visibilità. Da questo punto di vista i social media possono essere una bella spinta quando in un determinato sport c’è un atleta di vertice che può fungere da volano per appassionare soprattutto gli utenti più giovani.
Per chiudere. Tra poco più di un anno anche tu andrai a goderti la meritatissima pensione. Hai deciso cosa vuoi fare da grande? Vorresti mettere a disposizione dei più giovani la tua esperienza? E cosa ti senti dire ad un ragazzo che oggi vuole approcciare questa professione?
A ottobre dell’anno prossimo arriverà il momento di andare in pensione anche per me dopo nove olimpiadi estive e quattro invernali in cui ho fatto anche il bordo campo allo sci di fondo, spesso in condizioni proibitive. Rai Academy mi ha riconosciuto docente di dizione prossemica, frutto di una scuola severa di dizione che mi ha fruttato questo titolo che intendo utilizzare per poter trasmettere quello che so ai colleghi delle varie testate, mi piacerebbe utilizzare la mia voce anche per podcast o eventi divulgativi. Ai giovani posso dire in tutta sincerità, se avete diverse qualità fate altro nella vita perché il giornalismo alla Oriana Fallaci o alla Enzo Biagi non c’è più e a questo aggiungerei che questo mestiere è diventato nel tempo totalmente precario e con pochissimi sbocchi sicuri. Non voglio deprimere nessuno, ma sto solamente descrivendo la realtà dei fatti, se avete altro su cui puntare nella vita fatelo senza remore perché questa professione non è e non sarà mai più romantica e garibaldina come lo era una volta.
