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A Brescia, il Mondiale dei profughi per un’integrazione nel nome dello sport

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Si è appena concluso il Torneo Mundialito di Brescia, manifestazione organizzata nell’oratorio Santa Maria in Silva dove si sono incontrate sette compagini formate da giocatori ospiti di altrettante strutture che hanno accolto giovani rifugiati provenienti dalle zone del mondo terreno di guerra e povertà. Ragazzi, la cui età media è 25 anni, scappati dalla Nigeria, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dal Bangladesh e dal Burkina Faso.

Un mondiale per i profughi, che in alcuni casi hanno concluso l’iter burocratico e ottenuto lo status di rifugiati, che ha come scopo quello di donare una speranza a centinaia di persone accomunate dallo stesso passato fatto di fame, sofferenza e di un lungo viaggio verso una vita migliore. Sul campo, la contesa è vera, intensa come in qualsiasi altro mondiale che si rispetti. Ci si arrabbia, si entra duro e si esulta.

A fine partita, vincitori e sconfitti escono dal campo sorridendo alla ricerca di quella normalità che è andata persa, per molti anche in giovanissima età. Ma la loro partita con il presente non è ancora finita: a settembre verranno organizzati corsi presso una scuola alberghiera e in un’azienda agricola, dove i rifugiati potranno imparare un mestiere e tornare ad avere un dignità. Inoltre verranno tenute delle lezioni sui diritti e i doveri dei cittadini italiani così da favorire l’integrazione in un periodo storico dove troppo spesso questa parola è considerata sinonimo di distruzione.

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