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40 anni di Zimbabwe: il calcio al tempo dell’Apartheid

40 anni di Zimbabwe: il calcio al tempo dell’Apartheid

Il 18 aprile 1980 lo Zimbabwe, nuovo nome della colonia dell’ex Rhodesia Meridionale, otteneva l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Una giornata storica che oggi  raggiunge i 40 anni.

Il dominio su questo paese dell’Africa australe da parte dei coloni inglesi era cominciato a fine XIX secolo, per essere precisi nel 1888, quando Cecil Rhodes stipulò alcuni accordi coi re locali per lo sfruttamento delle grandi risorse minerarie della zona.

Solamente nel 1923 però, dopo un referendum svoltosi l’anno prima, la Rhodesia Meridionale divenne una colonia del Regno Unito a tutti gli effetti e fu sottoposta al controllo diretto della Corona inglese. Tra i vari problemi che il paese dovette affrontare durante il colonialismo ci fu, sicuramente, quello legato all’apartheid.

Questa politica basata sul concetto di segregazione razziale, che interessò anche altri stati di quella zona dell’Africa come Namibia e Sudafrica, non colpì così duramente l’ambito sportivo dello Zimbabwe. In particolare, nel mondo del calcio locale, i neri presero il controllo della situazione molto tempo prima della indipendenza del 1980.

Tutto questo, però, non ha vietato che, anche in questo campo, la segregazione razziale fece sentire più di una volta la sua voce. Da un punto di vista storico furono proprio i coloni bianchi, verso il 1890, a portare il gioco del calcio, e a farne crescere la popolarità, in Rhodesia Meridionale.

In poco tempo sorsero numerose squadre in molte zone del paese, ma rigorosamente divise tra bianche e neri. Lo stesso stato si mosse, nel giro di pochi, per dare un compito sociale a tali team: con essi, infatti, si voleva allontanare per quanto possibile i neri locali da attività considerate più pericolose.

Tra queste attività risultavano esserci il gioco d’azzardo ma, soprattutto, le proteste sociali.

Le stesse squadre nere locali più importanti, ad esempio l’Highlanders FC di Bulawayo (fondata nel 1926 e vicino all’etnia dei Ndebele) e la Dynamos FC di Harare (fondata nel 1963 e supportata soprattutto dagli appartenenti al popolo Shona), subivano un importante controllo sociale. Esse, infatti, furono fondate attorno a dei veri e propri club privati del paese che avevano ottenuto il “permesso” dai conquistatori inglesi in persona.

Visto che vi erano questi club privati dietro le società calcistiche gli episodi di razzismo erano abbastanza frequenti anche in questo ambito. Inoltre vi era una forte differenza tra i club bianchi e neri: questi ultimi, ad esempio, dovevano affittare o condividere impianti sportivi per potersi allenare e non potevano certo usufruire di luoghi “ad hoc” per poter svolgere le le loro attività come quelli dei discendenti dei coloni europei.

Allo stesso tempo le proteste politiche, non rimasero mai del tutto fuori dal mondo sportivo della Rhodesia Meridionale. Nel 1947 per esempio a Bulawayo, la seconda città del paese, i tifosi non si recarono allo stadio per due intere stagioni: tutto ciò in segno di protesta verso il consiglio comunale cittadino che cercava di acquistare campi di calcio del luogo per poterli dare in affitto alle sole squadre di bianchi.

Anche a livello di nazionale vi è stato un tentativo di mettere da parte l’apartheid prima del 1980. La Federcalcio Rhodesia Meridionale (SRFA) fece domanda per l’adesione alla FIFA nel 1961 ma il massimo organo calcistico mondiale rifiutò perchè nel paese erano ancora forti le discriminazioni razziali.

La SRFA ci riprovò nel 1965 e questa volta la FIFA assecondò la richiesta ad una condizione: che la federcalcio del paese dell’Africa australe si ricostituisse come organizzazione multirazziale. La stessa SRFA cambiò nome in RFA (Federcalcio della Rhodesia); nonostante ciò, però, le divisioni legate all’apartheid rimasero ancora molto forti e la minoranza bianca, dopo la scissione unilaterale dalla Gran Bretagna avvenuta nel 1965, mise in atto una serie di leggi razziali ancora più forti. Nonostante tutto la Rhodesia, visto che la FIFA chiuse un occhio su tale questione, potè partecipare alle qualificazioni in vista della Coppa del Mondo di Messico 1970.

Ma non potè farlo nel girone di qualificazione africano. Moltissime squadre del continente nero, infatti, minacciarono il boicottaggio e quindi la nazionale di Harare fu costretta a spostarsi nel gruppo Asia orientale / Oceania.

A seguito della mancata qualificazione alla fase finale del Mondiale, inoltre, la Rhodesia fu nuovamente espulsa dalla Fifa visto che era chiaro a tutto che il suo era stato un cambiamento solamente “di facciata”.

Il paese, quindi, si rituffò nel solo ambito calcistico nazionale e, proprio in questo periodo, venne fuori la figura di John Madzima. Mdzima, infatti, diede quella spinta affinchè il razzismo sparisse dal mondo del pallone locale.

Nell’ottobre 1973, questa personalità, fondò la National Football Association of Rhodesia (NFAR), che ha assorbito club e giocatori, nonché le principali coppe e sponsorizzazioni. La NFAR fece sì che il calcio rhodesiano mettesse veramente da parte le divisioni che vi erano tra bianchi e neri.

In contemporanea avvennero anche delle manifestazioni di protesta per arrivare ad una totale indipendenza dalla corona inglese che giunse, come detto prima, a metà di aprile del 1980. Da quella data la FIFA ha revocato la sospensione della nazionale di Harare dalle competizioni internazionali e lo stesso Madzima è diventato il rappresentante più emblematico del calcio zimbabwese.

Come abbiamo visto il mondo del pallone diede un forte contributo nella lotta all’indipendenza del governo di Harare. Guarda caso, quel 18 aprile 1980, venne invitato un certo Bob Marley a suonare per festeggiare quello storico traguardo.

Marley, che si pagò da solo sia il viaggio per lui e la sua band che la spedizione degli strumenti e delle attrezzature necessarie, tenne il suo concerto al Rufaro Stadium di Harare. Esso, per chi non lo sapesse, è il più importante impianto calcistico della capitale del paese.

Un altro legame, dopo quelli da noi già descritti in precedenti articoli, che legano in qualche modo la figura del re del reggae al mondo del pallone. Questa, però, come si dice “è tutta un’altra storia”.

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