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30 anni da Italia 1990, le Notti Magiche e il trionfo dell’ultima Germania divisa

30 anni da Italia 1990, le Notti Magiche e il trionfo dell’ultima Germania divisa

L’8 giugno di 30 anni fa iniziavano i Mondiali di calcio di Italia 1990. Le Notti magiche che unirono ancora una volta un popolo e la vittoria di una Germania ancora divisa, ma per l’ultima volta. Vi raccontiamo tutti gli aneddoti del Mondiale italiano.

Otto anni dopo il trionfo di Madrid, l’Italia vuole provare nuovamente l’estasi collettiva di quell’estate caldissima: se fu così bello in Spagna, che sapore potrebbe avere in Italia? Se lo chiede Antonio Matarrese, presidente di una Federcalcio che indirizza tutti i suoi sforzi verso un successo che non potrebbe coniugare meglio gloria sportiva e voglia di potenza politica. I passi di avvicinamento, certo, peccano dei soliti vizi tricolori: lavori mal rifiniti, preventivi non rispettati, appalti, ritardi, opacità amministrative. L’Italia è all’ultimo stadio evolutivo di un sistema economico e morale che collasserà a breve. Pochi lo sanno, fingendo di non sapere; i più lo ignorano, godendo beati gli ultimi giorni di un Bengodi senza solidi razionali a sostegno.
Dall’otto giugno all’otto luglio 1990 l’Italia diventa l’ombelico del mondo calcistico. Città infiocchettate per l’occasione, stadi nuovi o ristrutturati e negli occhi della gente quella voglia di vincere e di emozionarsi che Bennato e la Nannini celebrano a squarciagola in un singolo di inopinato successo. Ventiquattro squadre al via, nessuna davvero più favorita di altre: ne viene fuori un campionato equilibrato, con pochi gol (2,21 a partita) e gare spesso ai limiti della noia, due semifinali decise ai calci di rigore e la finalissima sbloccata a una manciata di minuti dal termine con un penalty concesso, secondo i più maligni, più per motivi politici che sportivi. Maradona non è più l’idolo planetario di quattro anni prima, si è fatto molti nemici (tra gli altri il pubblico italiano, che la sera della finale lo fischia senza pietà) e una sua seconda vittoria mondiale sarebbe maldigerita da più di qualche pezzo grosso.


Qualche sorpresa: Irlanda e Camerun vengono eliminate di misura nei quarti. Ma alla fine a disputarsi la vittoria rimangono le vincitrici delle quattro precedenti edizioni (Italia, Argentina e Germania) e l’Inghilterra. L’Italia è forse la rappresentativa che gioca il miglior calcio di questo mondiale: equilibrata come il suo tecnico, Azeglio Vicini, che prosegue con la nazionale maggiore il lavoro iniziato anni prima con l’Under 21. Corroborata dalla buona esperienza maturata nell’88 agli Europei di Germania, la squadra azzurra sa combinare al meglio forza fisica, corsa e tecnica individuale. Protetta da un’eccellente difesa guidata da Franco Baresi, agile e dinamica in mezzo al campo, dove Giannini esprime geometria e verticalizzazioni, capace di trovare alternative esplosive in attacco (Schillaci e Baggio) a fronte della scarsa vena dei titolari Vialli e Carnevale, l’Italia raccoglie meno di quello che merita e fallisce il massimo obiettivo cominciando un travagliato rapporto coi calci di rigore che si protrarrà per altri otto anni. Forse decisivo il trasferimento dall’Olimpico di Roma al San Paolo di Napoli in occasione della semifinale disputata contro l’Argentina, che approfitta dell’unico errore di Zenga nel corso della competizione e di scelte tattiche di Vicini almeno discutibili (il rientro di Vialli al posto di un Roberto Baggio fino a quel momento ben più che positivo). L’opera di destabilizzazione dell’ambiente gestita con astuzia da Maradona con le dichiarazioni pre-partita fa il resto, relegando gli azzurri ad un terzo posto molto ingeneroso.
Vince così la Germania, per l’ultima volta con la specifica “Ovest”, capace di collezionare l’ennesima finale e di ottenere la sua terza coppa del mondo al pari di Italia e Brasile. Pur senza brillare, i tedeschi sono sempre quelli per i quali vale il detto reso famoso da Gary Lineker:“Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti, e alla fine la Germania vince”. Forse il senso ultimo di Italia 90 è proprio questo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Italia 1990

LE CURIOSITA’

Lo stadio Olimpico

Ristrutturato in termini discutibili per canoni estetici e risorse impiegate, lo stadio Olimpico di Roma si presentò tirato a lucido per la partita d’esordio degli azzurri ai mondiali del 1990. La scelta di utilizzarlo come sede deputata per le partite della nazionale si rivelò vincente: il pubblico della Capitale non tradì le attese, garantendo sempre alla bella squadra di Vicini un supporto acceso e incondizionato, capace di trascinare i giocatori già durante il tragitto che seguiva il pullman per portarli allo stadio. Percorso netto nelle cinque partite giocate dall’Italia all’Olimpico: cinque vittorie, sette gol fatti e nessuno subito. Quando gli azzurri si trasferirono a Napoli per giocare la semifinale, il saluto allo stadio romano sembrò un arrivederci più che un addio.

Il San Paolo

La semifinale Italia-Argentina fu accompagnata dalle polemiche sollevate i giorni precedenti da Diego Maradona che, per portare il pubblico partenopeo dalla sua parte, nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa evocò i cori di stampo discriminatorio dei quali venivano fatti oggetto i tifosi napoletani durante le partite del campionato italiano. Un’operazione di propaganda che, in effetti, non lasciò insensibile il pubblico del San Paolo, meno caloroso verso gli azzurri rispetto a quello di Roma e affatto ostile alla selezione sudamericana. Una situazione ambientale che, probabilmente, ebbe un impatto negativo a livello psicologico sulla nostra nazionale, alfine sconfitta dopo la roulette dei calci di rigore.

Rod Stewart

11 giugno, a Marassi si gioca Costarica- Scozia. Tra i tifosi VIP della nazionale guidata da Andy Roxburgh si annovera da tempo la rockstar Rod Stewart che, per non perdere l’esordio al mondiale dei suoi beniamini, vola a Genova col suo aereo privato. Scelta poco fortunata a considerare il risultato, che vede la squadra di mister Da Ya Think I’m Sexy soccombere alla rete segnata da Juan Cayasso al quarto minuto della ripresa.

Il pass che non c’è

Curioso l’episodio capitato all’olandese Ruud Gullit per via di un disguido burocratico. Nel suo cartellino di riconoscimento sono presenti gli accrediti per poter accedere a stadio, spogliatoi, campo di allenamento e sala stampa. Non figura, paradossalmente, quello più importante che consente di entrare sul campo di gioco di Palermo

Notti magiche

Il mese del mondiale verrà ricordato come una lunga luna di miele tra la nazionale di Vicini e il pubblico italiano. Già detto del supporto goduto nelle precedenti partite, anche a Bari gli azzurri, al termine della vittoriosa finalina contro gli inglesi che ne certificò il terzo posto, furono omaggiati dal riconoscimento degli spettatori che levarono al cielo il coro:”Campioni, campioni”. Una gratificazione ma, soprattutto, un grande rammarico, visto anche il tenore della finale tra Germania e Argentina che verrà disputata ventiquattr’ore più tardi.

LA FINALE

L’8 luglio 1990 allo stadio Olimpico di Roma la storia dei mondiali ripropone la medesima finale di quattro anni prima a Città del Messico. Le analogie col 1986, però, si interrompono qui perché la situazione delle due squadre è di fatto ribaltata. L’Argentina è priva di quattro titolari e Maradona, rispetto all’edizione precedente, è calato di condizione oltre che nei favori del pubblico italiano. La Germania è la solita squadra di panzer, terribilmente solida e consapevole che in questa serata orfana della nazionale italiana solo lei può perdere il mondiale. L’Olimpico è gremito e in questa sera di calda estate, più che prendere le parti dei tedeschi, osteggia all’inverosimile la formazione sudamericana: l’eliminazione di Napoli per mano di Maradona e (non eccezionali) compagni è troppo recente per non poter pesare sulle simpatie dei tifosi italiani, oltretutto indispettiti dagli atteggiamenti spesso oltre le righe che il Pibe de Oro ha da qualche tempo assunto anche nel campionato italiano. Ecco spiegate le violente quanto imbarazzanti bordate di fischi che accolgono l’inno argentino mentre, prima della partita, viene suonato in mondovisione. Come vengono evidentemente trasmesse in mondovisione le offese con cui Diego ricambia il pubblico, un “hijos de puta” che serve a scaricare il nervosismo e incitare i compagni, consapevoli di andare verso un fronte dal quale difficilmente riusciranno a tornare vincitori.

E la partita? Tra le più brutte e noiose di sempre, tanto da spingere Gianni Brera, in sede di commento, a definirla uno “strazio”. Le squadre si affrontano senza ritmo, lente, arroccate nei loro schemi speculari che privilegiano quel 5-3-2 andato per la maggiore durante la manifestazione. Di emozioni, però, davvero poche, riconducibili a due episodi analoghi per i quali l’arbitro, il messicano Codesal, applica due decisioni diverse, concedendo il calcio di rigore solo per l’atterramento in area argentina di Rudi Voeller dopo che in precedenza era stato Dezotti a cadere nella penalty zone dei bianchi. Proteste a non finire, seconda espulsione raccolta dai sudamericani (Dezotti, dopo che già Monzon aveva subito il cartellino rosso per un intervento troppo deciso su Klinsmann) e Brehme che si dirige sul dischetto per affrontare Goycochea: il tiro è troppo angolato per consentire all’estremo difensore di ripetere gli interventi che hanno determinato l’eliminazione dell’Italia pochi giorni prima.

Beckenbauer può così alzare al cielo dell’Olimpico la sua seconda coppa del mondo, la prima da allenatore. Per gli spettatori italiani un’immagine difficile da accettare: il calcio più bello di quel mondiale, infatti, si era visto, si, a Roma. Ma di certo non quella sera.

I PROTAGONISTI

Salvatore Schillaci – Nelle “notti magiche” che illuminano il primo scorcio d’estate degli italiani, gli occhi spiritati di Totò Schillaci dopo uno qualsiasi dei suoi sei gol mondiali sono l’emblema della voglia di vincere appassionata e sognante che scorre nelle vene dei ragazzi di Vicini. Arrivato in serie A solo nell’ultima stagione prima di Italia 90, Schillaci meritò la convocazione in nazionale segnando quindici gol. Partito dalla panchina, seppe approfittare nel miglior modo possibile delle occasioni che gli presentarono, come nella prima partita del girone contro l’Austria, destinata a chiudersi a reti inviolate se non fosse stato lui, subentrato a un quarto d’ora dalla fine, a irrompere clamorosamente in mezzo ai marcantoni d’oltralpe a garantire il primo successo dell’Italia. Non si fermò più, andando a segno altre cinque volte, diventando così capocannoniere: la consolazione di un mondiale poco generoso con gli azzurri. Il mese della manifestazione iridata segnò il picco di una carriera tanto folgorante ai massimi livelli quanto fugace. Sì, perché Schillaci, dopo i sei gol di Italia 90, in nazionale ne fece solo un altro, a un anno di distanza, nella deludente sconfitta rimediata in Norvegia in una partita valida per la qualificazione agli Europei. Anche in campionato le cose non andarono molto meglio: fece altri due anni con la Juventus prima di trasferirsi all’Inter senza riuscire più nemmeno a sfiorare il rendimento mostrato nell’estate del 1990. La precoce parabola discendente lo spinse a emigrare in Giappone, dove concluse la carriera nel 1997. Di lui rimangono scolpiti nella memoria lo stato di grazia di cui godette in quel mondiale e gli sguardi inceneritori che coglievano le telecamere dopo ogni gol. Il resto è materiale per statistiche e almanacchi, che non recepiscono l’intensità delle emozioni che Schillaci seppe trasmettere in quella coppa del mondo.

Lothar Matthaus – Caparbio, volitivo ai limiti dell’eccesso, dotato di forza fisica (anche se difettava in altezza) e doti tecniche in ugual misura, Matthaus mise a Roma la ciliegina sulla torta di una carriera che, specialmente in nazionale, fu impressionante. Cominciò nel 1980, guarda caso sempre a Roma, vincendo l’Europeo. Poi due secondi posti nei mondiali di Spagna e Messico; infine la vittoria nel 1990 che, accompagnata da ottime prestazioni, lo spinse ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro. Delle doti individuali si è detto. Tatticamente fu un calciatore estremamente intelligente: cominciò mediano (nella finale dell’86 in Messico fu inizialmente suo il compito di marcare Maradona), per poi avanzare il suo raggio d’azione in virtù dei suoi piedi buoni. A fine carriera si reiventò libero, mettendo a frutto esperienza, determinazione e visione di gioco che, sulla linea difensiva, costituivano un grande valore aggiunto. Gli altri record raggiunti certificano la qualità di un tedesco mai domo: cinque partecipazioni alla fase finale dei mondiali (primato assoluto condiviso col messicano Carbajal e Gigi Buffon), primo per presenze nella nazionale tedesca (centocinquanta), sette Bundesliga, tre coppe di Germania, due coppe Uefa, lo scudetto con l’Inter dei record di Trapattoni. Ma più del cursus honorum, a dimensionare il valore di Lothar Matthaus ci sono le parole di Diego Armando Maradona che, nel suo libro “Io sono El Diego”, lo definisce “il miglior avversario che abbia avuto in tutta la mia carriera”. Chapeau.

 

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

1 Comment

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  1. Avatar

    Piripi

    Giugno 10, 2018 at 6:46 pm

    Affatto è un rafforzativo. Se scrivi “il pubblico del san paolo era affatto ostile alla selezione sudamericana” significa che era del tutto contrario all’Argentina. Avresti dovuto scrivere “nient’affatto ostile alla selezione sudamericana”. Ma d’altronde non si può pretendere che i giornalisti, specie quelli sportivi, sappiano l’italiano.

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