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21-6-1978, Argentina-Perù: Marmellata rosso sangue

21-6-1978, Argentina-Perù: Marmellata rosso sangue

Se è vero che ogni edizione della Coppa del Mondo ha avuto il suo sottoscala, lo sgabuzzino dove si è cercato di nascondere gli aspetti sgradevoli o gli episodi storici e sociali più fastidiosi che avrebbero velato di disappunto la manifestazione di turno, ce n’è stata una durante la quale nulla e nessuno si trovavano nel posto in cui si sarebbero dovuti trovare. E qualcuno non si è più trovato, letteralmente, fino ai giorni nostri.

Argentina ‘78: un album Panini di troppe figurine, sovrapposto a quello delle tante nazionali impegnate nella rassegna; volti per lo più giovani, coetanei dei calciatori: dell’Argentino Kempes, del brasiliano Zico, del polacco Deyna. Non appiccicati sulla pagina colorata: portati al collo da una catena, sempre più numerosa, di donne con un fazzoletto bianco in testa, scoperte per caso dai cronisti olandesi, che si sarebbero trattenuti fino alla finale, durante la quale neppure il gomito di Passarella sarebbe stato al posto suo, nemmeno i denti di Neeskens, figurarsi il fischietto di Gonella.

Non erano al loro posto gli assassini con la divisa e le mostrine, visto che occupavano i palchetti delle tribune; non i vescovi e i cardinali, come Pio Laghi, che scherzavano allo stadio con i criminali, con i membri dei servizi segreti americani e italiani; con Henry Kissinger e con più di un membro della P2. E se un cargo militare sorvolava questo o quello stadio, forse qualcuno guardando in alto poteva immaginare che di lì a poco avrebbero aperto il portellone sopra l’oceano. Senza che nessuno informasse chi continuava a cercare la moglie, il figlio, il marito, i fratelli, cosa che persino i nazisti si ricordavano di fare, più o meno quarant’anni prima.

E in un certo senso non erano al loro posto, fino alla fine della rassegna, neppure le due finaliste, decretate non da due semifinali dirette ma da due gironi da quattro: per quanto esibito in campo sin dall’inizio, a Buenos Aires si sarebbero dovute ritrovare di fronte Italia e Brasile; il Monumental, in un diluvio di cartoncini bianchi, unica cosa immacolata di quella rassegna, vedrà schierate accanto il 25 giugno Olanda e Argentina, quest’ultima padrona di casa, una casa tirata a lucido nei mesi precedenti, con troppe cose nascoste sotto il tappeto: non cenere, ma dissidenti; studenti, intellettuali, sindacalisti, medici, operai, avvocati e tutti quegli altri che avevano fatto sapere, anche una sola volta, come la pensavano.

Girone 2 di semifinale: Argentina, Brasile, Polonia, Perù.

Inutile precisare quali siano le due favorite, che nello scontro diretto si prendono più che altro a calci, senza schiodare lo 0 – 0. Rivelazione la Polonia, che contro gli argentini spreca molto sullo 0 – 0 prima di soccombere per 2 – 0; materasso del gironcino il Perù. Già, il Perù.

Ultima giornata, orari sfasati; comincia il Brasile a Mendoza, battendo 3 – 1 i polacchi. A quel punto, gli uomini del Colonnello – uno dei tanti da quelle parti, in quell’estate – Coutinho vantano una migliore differenza reti nei confronti dei padroni di casa, che ancora devono scendere in campo a Rosario contro i peruviani. Servono almeno quattro gol di scarto per primeggiare sul Brasile e andare in finale. Si dicono tante cose già prima, se ne diranno tantissime dopo, se ne dicono ancora oggi per quella partita. Si sono pronunciati giornalisti, calciatori che erano in campo, figli di narcotrafficanti, politici, sociologici, dissidenti in esilio. Forse qualche episodio è stato enfatizzato dalla propaganda sovversiva, nel tempo; di certo tutto è tragicamente verosimile, nel senso che non c’era neppure bisogno che Videla e i suoi si muovessero direttamente, per far pressione su Cubillas e compagni; bastava il pensiero che potessero farlo. Peraltro, tra le tante vicende collegate a quella partita e documentate ci sono gli aiuti alimentari – grano saraceno e carne bovina – spediti in Perù dal regime nei mesi seguenti. Così come la passeggiata di Videla a braccetto con Kissinger nello spogliatoio peruviano per ricordare i buoni rapporti tra i due regimi.

Marmelada: il corrispettivo del nostro “biscotto”, ma in questo caso ancora più nauseabonda; colore rosso vivo, non per i mirtilli ma per il sangue versato, senza far nemmeno sapere dove e come. Un desaparecido non poteva, nella maggior parte dei casi, nemmeno raccontare il modo in cui era morto, attraverso il suo nome. Come se non meritasse né fiori, né memoria. Però c’erano quelle donne col fazzoletto bianco in testa, di fronte alle quali anche i soldati abbassavano lo sguardo.

Chi c’è in porta nel Perù o, meglio, chi dovrebbe esserci, salvo ritrovarlo fino a metà campo in più di un frangente? Ramon Quiroga, “El loco”, un soprannome che in Sudamerica non si nega quasi a nessuno, ma che lui onora più di altri. Peccato che non sia peruviano, Quiroga, ma argentino, proprio di Rosario, la città dove si gioca la partita e dove alla fine, con il sei a zero per gli argentini, sua madre e suo padre in tribuna fanno festa assieme ai loro e suoi connazionali. Quiroga è tra quei pali perché, alla sua seconda esperienza con lo Sporting Cristal di Lima, viene naturalizzato e può legittimamente aspirare a essere un papabile titolare della nazionale peruviana, cosa che con l’Argentina, vista la presenza del Pato Fillol, non gli sarebbe certo possibile. È una delle occasioni in cui, più che Loco, dimostra di essere un paraculo, così come durante la partita contro gli argentini, perché gli basta mostrarsi appena distratto o un po’ fuori posizione, ben sapendo che cinque o sei dei suoi compagni si sono già venduti. Ma un paraculo non è certo il più colpevole, in un contesto in cui ogni cosa è decisa dai figli di puttana.

Il resto è storia, in campo come fuori, dove i colpevoli non hanno ancora pagato. Quasi nessuno di loro. Dopo quel sei a zero, doppiette di Kempes e Luque, con in mezzo i gol di Houseman, che Loco lo era in modo molto più degno, e Tarantini.

Quest’ultimo, forse, l’unico a trovarsi nel posto giusto, al termine della finale con l’Olanda, quando un istante prima che Videla scendesse a complimentarsi con i giocatori, aveva le mani dentro le mutande. Dopo essersi frugato energicamente lì sotto, strinse sorridendo la mano del dittatore.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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